Renzo De Felice e Augusto Del Noce: le nuove prospettive sulla interpretazione del fascismo

Nel quadro delle iniziative di studio e ricerca avviate dalla Fondazione per il quarantennale della morte di Ugo Spirito e il novantennale della nascita di Renzo De Felice, mercoledì 30 ottobre 2019, nella sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, si è tenuto il seminario interno dal titolo “Renzo De Felice e Augusto Del Noce. Le nuove prospettive sulla interpretazione del fascismo”.

Ne hanno discusso: Danilo Breschi, consigliere di amministrazione della Fondazione e professore associato di Storia delle dottrine politiche nella Unint di Roma, Giovanni Dessì, professore associato di Storia del pensiero politico contemporaneo all’Uni­versità Tor Vergata di Roma, Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione e professore ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma, Paolo Sardos Albertini, avvocato e presidente della Lega Nazionale, Rodolfo Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione e professore di storia e filosofia nei Licei, e Giovanni Tassani, storico.

Lo storico reatino e il filosofo di scuola torinese, partendo da esperienze e sensibilità diverse hanno fornito due delle più significative interpretazioni del fascismo avutesi nel corso del secondo Novecento.

Divisi nel metodo di indagine, ma uniti nel rigore analitico, De Felice e Del Noce hanno consegnato agli studiosi a loro successivi una chiave di valutazione densa di suggestioni e di originali spunti di ricerca. I relatori del seminario si sono confrontati, in base ai rispettivi settori di competenza, sulle nuove prospettive di interpretazione del fascismo, interrogandosi su un’analisi coltivata nel tempo e ancora foriera di un fruttuoso confronto scientifico e, più in generale, culturale.

Rileggere l’Italia unita: incontro con Domenico Fisichella

Mercoledì 23 ottobre 2019, nella sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, si è tenuto l’interessante incontro con il prof. Domenico Fisichella, in occasione della pubblicazione di tre libri, editi da Pagine di Roma, Il Risorgimento. Tra virtù e fortuna – La formazione dell’Italia unita e l’Europa (2018), Dal Risorgimento al Fascismo. 1861-1922 (2019), Dittatura e monarchia. L’Italia tra le due guerre (2019).

L’introduzione, affidata al presidente della Fondazione prof. Giuseppe Parlato, è servita da introduzione al percorso di analisi compiuto nei tre volumi da Fisichella. Partendo dall’attenzione riservata al momento fondativo dello Stato italiano (1861) e passando per la rivalutazione dell’operato della Destra Storica, Parlato ha posto in evidenza come nel “filo azzurro” seguito nelle tre opere (dal Risorgimento al fascismo) sia presente e centrale, dall’origine, il problema non solo dell’Unità – letta in chiave europea –, ma anche della nazione italiana. In chiusura dell’intervento, il professore ha ricordato il ruolo del Fisichella politico nella storia della destra italiana.

L’intervento di Nicola Benedizione, consigliere della Fondazione, è stato di natura personale, memore di molte esperienze, culturali e umane, vissute negli anni di Fisichella da ministro e senatore.

Il prof. Fisichella, riprendendo le sollecitazioni derivanti dagli altri interventi, ha rinnovato i ringraziamenti alla Fondazione e ha presentato i suoi volumi con un approccio tematico di ampio respiro. L’oggetto della prima parte della relazione è stato il rapporto, discusso e problematizzato, tra storia e metodo scientifico, un incontro che intreccia la capacità di studio e di ricerca con la qualità della selezione e della comparazione, elemento quest’ultimo tenuto in particolare risalto dal professore.
La seconda parte del discorso ha preso le mosse dalle teorie sulla sovranità e dal trinomio popolo-nazione-Stato, importanti chiavi di lettura relative ai libri presentati. Dalla riflessione sulle rivoluzioni, su quelle mancate in Italia e sulla correlata storia delle costituzioni octroyée, tra cui lo Statuto albertino, Fisichella ha individuato tramite esempi i sei passi – compiuti, seppure non in maniera ordinata, da tutti i paesi europei – atti a costruire la modernità: legittimità, partecipazione, secolarizzazione, industrializzazione, urbanizzazione e distribuzione del reddito.

Fisichella ha riservato, per l’ultima parte dell’intervento, l’interessante riflessione sull’interclas­sismo insito nel corporativismo fascista e sul binomio tecnocrazia-positivismo sociale, risultato di uno dei molteplici compromessi storici.

La presentazione si è conclusa con le domande e le osservazioni dell’uditorio presente, occasione di ulteriore approfondimento delle tante tematiche trattate.

Il fascismo e l’europeismo di Gian Domenico Romagnosi

di Matteo Antonio Napolitano

//Secondo quanto scritto da Gisella Longo, «ancora oggi appare difficile dire se vi sia stata una idea d’Europa privilegiata dal fascismo». Questa significativa affermazione deriva non solo dalla complessità del tema, ma anche dall’atteggiamento non sempre chiaro e costante del regime nei confronti dello stesso. Ad ogni modo, sottolinea sempre la Longo, l’argomento «non fu trascurato e […], nel sia pur minimo spazio riservatogli, emersero a volte elementi di estremo interesse per cogliere la complessità dell’atteggiamento fascista rispetto all’assetto internazionale». Una parte di questa complessità di approccio risiede anche nella ricezione di alcuni aspetti dell’europeismo di Gian Domenico Romagnosi.
In un articolo datato 5 gennaio 1921, precedente quindi di circa due anni rispetto all’arrivo di Mussolini al potere, con l’eredità ancora molto viva del primo conflitto mondiale e nel clima delle discussioni sulle conseguenze dello stesso, Sergio Panunzio – in quel periodo, come ravvisabile dalla firma posta in fondo all’articolo, libero docente di filosofia del diritto presso l’Ateneo bolognese – analizzò, tra le pagine del quindicinale «La Vita Internazionale», l’interessante e contestualizzato tema de La Società delle Nazioni nel pensiero di Romagnosi.
Nella parte finale del breve scritto, Panunzio mise in forte evidenza quanto in Romagnosi fosse forte l’elemento nazionale, ma anche come, al contempo, persistesse nella sua elaborazione una particolare attenzione ai legami tra le nazioni, frutto di una maturità conseguita nel costante progredire sulla via dell’incivilimento:

«nessuno scrittore – chiarì Panunzio – […] più e meglio del Romagnosi ha sostenuto […] il concetto “giuridico” di Nazione; ma non esclude che oltre la Nazione possano generarsi e determinarsi, per effetto del processo dell’incivilimento, rapporti e vincoli di comunicazione fra Nazione e Nazione».

Ad ogni modo, i vincoli e i rapporti generici tra le nazioni, sottolineati nel lavoro di Panunzio, in Romagnosi trovarono una loro specificità soprattutto nel contesto europeo, in particolare nella dimensione coesiva dello stesso.
Nelle parole dell’intellettuale salsese ritroviamo infatti il caso peculiare dell’Europa, chiamata a dare una forma più complessa e definita alla sua unità:

«la conformazion geografica e quindi morale e politica dell’Europa, nella quale la natura sembra chiamare le nazioni a formare una grande famiglia unita per comunione d’interessi economici morali e politici, i progressi della coltura interna, del commercio esterno che sospingono incessantemente alla moralità, e ad un regime equo, ed alla pace tra di loro, sono pure cagioni possenti a prepararle or più or meno al governo della ragione. La forza quindi dell’opinione, e degli interessi degli stati inciviliti diviene ogni giorno più la forza delle genti europee».

 

Il saggio integrale in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2019, n. 1, nuova serie, a. XXXI, pp. 207-225.

Autoritarismo(s), clases medias y el problema de las generaciones

di Ana Grondona//

El texto que presentamos (“Ceti e generazioni alla vigilia della Marcia su Roma”) forma parte del Fondo documental de Gino Germani, custodiado por la Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice. Este sociólogo ítalo-argentino (1911-1979) ha sabido cosechar, al menos hasta ahora, más interés entre públicos latinoamericanos que europeos. Sin embargo, buena parte de sus preguntas e intuiciones mantienen una inocultable vigencia a ambos lados del Atlántico. Si en el caso de la Argentina, país en el que, quizás, su inter vención en el campo cultural haya resultado más prolífica, nos enfrentamos al desafío de desestabilizar ciertos clichés con los que suele asociarse su figura (por ejemplo, como mero “importador” de la sociología funcionalista), en el caso de Italia el reto es atraer la atención sobre su trabajo. Paradójicamente, el éxito de su trayectoria latinoamericana parece haberlo relegado, frente a algunos ojos, al papel de sociólogo estricta y estrechamente ocupado en asuntos exóticos. Por el contrario, su trajín de (doblemente) exiliado lo convierte, para miradas más dispuestas a romper con el eurocentrismo, en un sociólogo universal. Al decir del filósofo latinoamericano Eduardo Grüner (2010) la periferia, de la que (a su modo) Germani hizo su punto de vista, constituye una perspectiva privilegiada, pues desde allí puede observarse el todo (por caso, la modernidad capitalista), la parte (por caso, lo que otrora se denominaban los “países semi-coloniales”, “periféricos” o “dependientes”) y la relación entre ambos.
Por cierto, Germani fue un autor “obligado” a la traducción en múltiples sentidos. La experiencia imborrable del exilio, tal como ha señalado agudamente Ana Germani (2015), lo impulsó a la comparación entre culturas, historias y experiencias.

[…]

Ceti e generazioni alla vigilia della Marcia su Roma

di Gino Germani

La crisi del primo dopoguerra fu l’espressione di un profondo “spostamento” di tutti gli strati sociali e specialmente delle generazioni più giovani – sul piano psicologico, economico, politico e sociale. Anche se fortemente aggravato da caratteristiche proprie dello sviluppo storico dell’Italia, si trattava di un fenomeno comune a molti paesi. Due componenti strettamente intrecciati sono la sua radice. Il più visibile, il trauma della guerra, si inseriva in un processo di lunga durata. Al vertice della piramide sociale, la crescente concentrazione tecnico-economica e l’incipiente trasformazione della classe politica con l’emergere dei primi partiti di massa. Alla base, una potente spinta verso la conquista dei pieni diritti, nell’ordine politico, economico e sociale, in cui erano coinvolte tutti gli strati popolari, compresi gli agricoli. Al centro infine, il declinare di settori arcaici, il sorgere di nuovi, e soprattutto, il contraccolpo dei mutamenti ai due estremi. Per i ceti medi, minacciati dall’alto e dal basso, non si trattava solamente di perdite economiche, ma anche di potere politico e di prestigio. La guerra aveva accelerato il processo: l’immersione delle classi popolari nella vita nazionale, culminata politicamente con il suffragio universale e lo spettacolare aumento dell’organizzazione sindacale, si rendeva socialmente più visibile con la partecipazione attiva di settori fino allora del tutto marginali.

[…]

I testi completi del saggio di Ana Grondona e dell’inedito di Gino Germani in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2019, n. 1, nuova serie, a. XXXI, pp. 257-276.

 

Quella “macchina imperfetta” che volle illudersi “totalitaria”

Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018//

Nel sottolineare l’inadeguatezza di una storiografia del fascismo in parte influenzata dal “senno del poi”, Domenico Settembrini evidenziò la contraddizione insita nell’inversione logica tra causa ed effetto. Nell’assumere dunque l’effetto come evidenza incontestabile della causa. Ne derivano numerosi paradossi. Tra questi: «Il fascismo ha, dopo il 1925, istituito uno Stato totalitario? Dunque, era nato proprio per fare questo». Ma lo Stato totalitario che il fascismo avrebbe immaginato, o sperato, o tentato, di fondare, quale si presenta – pur con alcune significative problematicità, in primis la persistente diarchia al vertice di tale Stato – quasi al termine del ventennio mussoliniano, alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu l’esito di un articolato, coerente e razionale progetto di sostituzione radicale dell’assetto dello Stato liberale? Nella sostanza, fu una vera rivoluzione? E fu subito regime, per dirla con Emilio Gentile?
Interrogativi non banali alla luce della ampia e profonda ricerca condotta da Guido Melis sulla storia dello Stato attraverso il fascismo. Con la capacità di scavo e di analisi tipica dell’autore, La macchina imperfetta fornisce risposte esaurienti quanto spesso sorprendenti e si pone, come ha notato Sabino Cassese, «a pieno titolo accanto all’altro grande studio sul fascismo, la biografia mussoliniana di Renzo De Felice».

Se si volesse individuare un paradosso simbolicamente molto significativo dell’imperfezione della “macchina” fascista, tra i tanti, potrebbe essere scelta la stessa qualifica di “Duce” che nel Ventennio viene attribuita al dittatore. Ma il titolo di Duce riservato a Mussolini era tale solo nel contesto della militanza fascista, dunque titolo con enfatica valenza politica, oppure aveva sostanza istituzionale e rilevanza giuridica? La vicenda è particolarmente complessa e tradisce la travagliata evoluzione dello Stato nel fascismo verso l’approdo in un regime totalitario a tutti gli effetti. Il costituzionalista Giuseppe Volpe, ricorda Melis, ha rivelato che il titolo, riferito a Mussolini, «appare per la prima volta in un atto governativo ufficiale nella circolare del 19 settembre 1923 inviata dal ministero dell’interno-comando generale della Milizia […] ai comandanti di zona». Ma in realtà, sul piano giuridico costituzionale, Mussolini non è Duce, bensì Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. Dunque, mentre il regime procede per tappe successive e non senza ambiguità a includere nello Stato la Milizia, il Partito, il Gran Consiglio, resiste a lungo una sorta di vita parallela del fascismo e dello Stato, che si manifesta persino nella percezione del capo, come se si trattasse, appunto, di confluenza nella medesima persona di due realtà separate. Sull’esempio dei regni che attribuiscono allo stesso sovrano due corone che di per sé non determinano l’unità dei due Stati. Solo nel decreto legge del 1937 che istituisce la Gioventù Italiana del Littorio appare la definizione “Il Duce, Primo Ministro e Segretario di Stato”, in luogo di Capo del Governo. E solo nel 1939, con una circolare, si impone che sia utilizzata, «nelle premesse dei Regi decreti, nelle intestazioni dei decreti del DUCE [che diventa a questo punto tutto maiuscolo] e in ogni norma contenuta in leggi o decreti», la dizione “DUCE del Fascismo Capo del Governo”.
Mussolini Duce in ritardo, dunque. O, se si vuole, Duce con riluttanza, come se il capo del fascismo non avesse ben chiara la volontà di fare dello Stato governato dal fascismo uno Stato integralmente fascista. Contestualmente, nella Germania nazista, il titolo di Führer attribuito a Hitler assume immediatamente un valore ufficiale e indica il Capo del Governo.
La travagliata sorte della definizione di Mussolini come Duce non è solo una curiosità storiografica, un particolare marginale. Questo camminare a tentoni, tra strappi, frenate, accelerazioni, scarti laterali, è tipico – come Melis mostra efficacemente – di tutto il percorso di costruzione dello Stato che si vorrebbe totalitario. Attiene al processo di formazione delle leggi, alla modificazione del ruolo del Consiglio dei Ministri, che perde di rilevanza solo dopo il 1928, ai poteri dei Sottosegretari, ai rapporti tra il Partito e lo Stato, sia al centro sia in periferia. Riguarda teoricamente e praticamente il confronto tra il diritto di tradizione liberale e il “nuovo diritto” che avrebbe dovuto testimoniare e sostanziare l’avvenuta rivoluzione politica. Riguarda il cangiante ruolo del Parlamento, progressivamente emarginato, fino alla sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei fasci e delle corporazioni, che si manifesta – al di là dei proclami – come inutile orpello. Riguarda il ruolo del Consiglio di Stato guidato da Santi Romano e quindi la giustizia amministrativa. Riguarda il rapporto tra il governo e le pubbliche amministrazioni, compresa la miriade di enti pubblici creata per gestire grandi e piccoli interessi e attività. Riguarda il rapporto con le élite militari e, in generale, la burocrazia, per non dire della magistratura. «Gli stessi concorsi, pur riformati – nota Melis – diedero risultati, dal punto di vista di una eventuale fascistizzazione dei magistrati, abbastanza modesti». Solo negli anni Quaranta l’iscrizione al Pnf avrebbe consentito vantaggi di carriera, ma nella realtà continuarono a prevalere i criteri di qualificazione professionale. «Insomma, la “macchina”, a distanza ormai di quasi un ventennio, non poteva proprio dirsi perfetta, né tanto facile da pilotare come forse si era ingenuamente ritenuto nell’ottobre 1922, nell’ebbrezza della conquista del potere».
Certo, gli “uomini nuovi” di Mussolini entrarono – spesso in disaccordo tra loro – nelle stanze del potere e lo gestirono. Ma con strumenti e comportamenti rapsodici, tali da far dubitare della reale intenzione e/o capacità di modellare uno Stato totalmente altro rispetto a quello liberale. Né diede frutti la tardiva accelerazione della svolta corporativa. Ad emergere in modo prepotente, e Melis lo mette acutamente in evidenza, è il principio della continuità che si invera nella prassi. Tanto che un ignoto burocrate può registrare, senza enfasi alcuna, a proposito della riunione del Consiglio dei ministri in calendario per il 31 luglio 1943: «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero». Una nota dettata da innata prudenza, forse. Ma simbolica della perdurante percezione dello Stato come istituzione superiore ai regimi politici, nonostante si prefiggano laceranti rotture.
Guido Melis è convincente nel trarre le conclusioni del suo lavoro.
«Tardive e spesso contraddittorie – scrive lo storico sassarese – sono le riforme nel campo del diritto, in quello dell’economia, persino nell’assetto della società. Una molto conclamata e celebrata rivoluzione economica (il corporativismo) rimane in gran parte sulla carta, al punto che la vera “rivoluzione” sarà la nascita, quasi inavvertita, dello Stato imprenditore, che si costituirà al di fuori del contesto corporativo e sarà destinato a sopravvivergli. Emerge la novità ambigua di uno Stato-partito costruito ex novo modificando in profondo la Costituzione liberale, ma al tempo stesso condizionato sino all’ultimo dalla sopravvivenza degli antichi equilibri: cioè dal modello di Stato ideato a fine Ottocento dai maestri del diritto costituzionale e amministrativo».
E ancora: «Domina, sullo sfondo il paradosso della diarchia, un regime che si dice totalitario ma che conserva un re formalmente sovrapposto al duce».
«Il panorama delle élite sociali resta estremamente composito, con larga prevalenza di elementi di continuità su quelli del cambiamento. […] Insomma, un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di nuovi e vecchi materiali confu- samente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo».
In definitiva, chiarisce Melis, il fascismo «fu un fenomeno molto più complesso del regime totalitario che la storiografia si è spesso rappresentata, illudendosi di poterlo racchiudere in quell’aggettivo». Il fascismo, in un certo senso, fu molto di più e molto di meno. A un tempo totalitario e articolato, a suo modo pluralista, in sostanza incapace di plasmare nel profondo l’auspicata “Italia in camicia nera” e anche di portare a compimento – pur avendo tentato questa strada – la nazionalizzazione degli italiani avviatasi con la Grande Guerra. Nel fallimento del progetto molta parte ha avuto il carattere di Mussolini. E Melis concorda con l’analisi psicologica di Renzo De Felice, quando evidenzia nel dittatore l’irriducibile tatticismo che lo portava fatalmente a scegliere il compromesso perpetuo, tra gli uomini e nelle decisioni politiche. Anche per questo si può dire che il fascismo abbia terminato il suo ciclo storico il 25 luglio 1943. Dopo si può parlare di neo-fascismo. Ma questa è un’altra storia.

Gianni Scipione Rossi

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX

Nella versione cartacea i riferimenti bibliografici.

Fascisti a Londra, tra propaganda e diplomazia culturale

Tamara Colacicco, La propaganda fascista nelle università inglesi. La diplomazia culturale di Mussolini in Gran Bretagna (1921-1940)FrancoAngeli, Milano 2018

Ricercatrice alla University of London, Tamara Colacicco si prefigge con questo volume di ricostruire la diffusione della lingua e della cultura italiana in Gran Bretagna per scopi propagandistici e politici voluta dal regime fascista, impiegando i nuovi orientamenti della storiografia sul Ventennio, in linea e in continuità con le indagini condotte da Benedetta Garzarelli (2002; 2004) e Francesca Cavarocchi (2010).

Per la realizzazione del volume la Colacicco ha indagato negli archivi inglesi e italiani, fra i quali spicca la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, dove ha studiato in particolare il Fondo Camillo Pellizzi, ma ha avuto anche modo di esaminare e di utilizzare i documenti conservati presso The National Archives di Londra e dell’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, impiegando fonti inesplorate. Elemento che rende il lavoro più originale e analitico, rispetto ad altre pubblicazioni finora realizzate.

Focalizzando la sua attenzione sulla diplomazia culturale estera del fascismo, l’autrice si è concentrata sulla realtà britannica, fissando per la prima volta il ruolo svolto dai docenti universitari di italianistica nell’ambito della propaganda estera del regime.

La Colacicco ha diretto il suo interesse verso le problematiche legate allo Stato totalitario nei suoi rapporti con la politica estera, che hanno prodotto in questi ultimi anni numerosi lavori sulla dimensione europea ed extraeuropea del fascismo. Nel libro si è voluto sottolineare l’apporto innovatore del regime nella concezione e nell’utilizzo delle politiche scolastiche, con una preminenza giocata dai dipartimenti, dalle cattedre e dai lettorati di italianistica, con un’analisi specifica delle singole università. L’autrice ha accompagnato lo studio con la mappatura delle maggiori figure di italianisti, da Camillo Pellizzi (nella foto) a Mario Praz, ma ha voluto analizzare figure meno conosciute e altrettanto importanti come Alberto Orbetello, Adriano Ungaro e Pietro Rèbora, fratello del più noto poeta Clemente Rèbora. Nel libro si è voluta indagare anche l’ideologia di questi intellettuali, valutando la loro vicinanza o meno al regime, utilizzando la divisione proposta anni or sono da Mario Isnenghi, fra militanti funzionari e militanti intellettuali, sottolineando le differenze tra chi era apertamente vicino al fascismo e chi invece preferiva utilizzare l’adesione ideologica per ottenere cariche in ambito universitario.

In tal modo, l’autrice ha potuto focalizzare la sua attenzione sulla University College London, in rapporto con la cattedra di italianistica assegnata a Camillo Pellizzi, fino ad analizzare le Università di Oxford con Cesare Foligno, di Cardiff con Alfredo Orbetello e di Bristol con Benvenuto Cellini, per descrivere i ruoli e le attività svolte dai docenti di italianistica nei maggiori atenei britannici. Non è mancata poi una ricostruzione della realtà delle Università di Leeds, Manchester e Liverpool, esplorando rispettivamente i profili e le strategie di Adriano Ungaro, Piero Rèbora e Mario Praz.

Il risultato ottenuto dalla studiosa con il suo libro è la scoperta di una rete di contatti e di relazioni con il regime, offrendo un contributo originale per esplorare da una diversa e più esauriente prospettiva l’attività svolta dalla propaganda estera del Ventennio, così come il problema dell’inquadramento politico degli italiani emigrati durante il fascismo e il loro rapporto con l’Italia. (Andrea Perrone)

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n. 1, 2019 (nuova serie), a. XXXI

Tutto è ritmo, tutto è swing. Il jazz, il fascismo e la società italiana

Camilla Poesio, Tutto è ritmo, tutto è swing. Il jazz, il fascismo e la società italianaLe Monnier, Firenze 2018//

Forse un libro in cui si scrive di <aristocratici di sangue blu> (p. 54), senza cogliere la tautologia, non andrebbe letto. Invece si tratta di una interessante ricerca di storia sociale, sia pure appesantita dalla pretesa di farne anche una storia politica e dalla preoccupazione costante di ribadire il carattere liberticida della dittatura fascista. E anche questa è una tautologia. L’argomento è d’altra parte scivoloso. Com’è noto, Romano Mussolini, figlio minore di Benito, è stato un grande jazzista e il padre, nel marzo del 1937, non esitò a rivelare di non avere <alcuna antipatia contro il jazz; come ballabile, lo trovo divertente> (p. 99). Altrettanto noto è che orchestre jazz si formarono numerose all’interno dell’Opera Nazionale Dopolavoro.

Come trattare dunque la storia del jazz in Italia, dove approdò, come in Europa, dopo la Grande Guerra, grazie ai musicisti dei transatlantici? Si può, naturalmente, calcare la mano sulle sue denunciate caratteristiche “negroidi” e poi – mentre maturavano le leggi razziali – ebraiche. Si può ironizzare della italianizzazione in “giazzo”, che fa il paio con il cachet ribattezzato cialdino (ma i francesi non sarebbero d’accordo). Si può gridare allo scandalo e titolare una recensione del libro “Allarmi son jazzisti! Musica negroide: così il fascismo boicottò Armstrong e Cole Porter [S.Cappelletto, “La Stampa”, 25/12/2018]. Si può anche minimizzare la circostanzama non lo fa l’autrice – che la spericolata stagione veneziana di Col Porter, del suo amante Boris Kochno e di sua moglie Linda, si chiuse nel 1927 quando <a seguito di un’irruzione della polizia a una delle innumerevoli feste, fu scoperto un “fiume” di cocaina e furono trovati una dozzina di giovani ragazzi seminudi o vestiti con abiti di Linda> (p. 57). Una questione di moralità pubblica, in sostanza, più che di musica, anche se il volume chiarisce in alcuni passaggi lo stretto legame tra il diffondersi del jazz e l’insorgere di preoccupazioni etiche tipiche di un paese profondamente impregnato di moralismo cattolico, quale era – salvo che in ambienti ristretti – l’Italia dei tempi. <Per alcuni aspetti – nota Poesio – il mondo cattolico fu più duro e più contrario al jazz del regime fascista> (p. 70). Famosa l’invettiva lanciata nel 1935 dai presuli del Triveneto, guidati dal viterbese patriarca di Venezia Pietro La Fontaine, contro i divertimenti moderni, l’uso dei costumi da bagno nelle spiagge, e naturalmente la musica sincopata. <Agli occhi della Chiesa ballare sui ritmi jazz spingeva a vestirsi secondo una moda succinta che portava a ammalarsi di malattie mortali oppure a dimagrire a tal punto da provocare infertilità mettendo a repentaglio l’istituzione del matrimonio> (p. 75). È noto che per gli stessi pregiudizi anche l’atletica leggera femminile (negli anni di Ondina Valla) fu contrastata dalla Chiesa.

Contro il jazz e i suoi derivati, che si diffusero anche grazie all’Eiar, scattò poi la molla protezionistica dei musicisti, che peraltro aiutò la nascita di un jazz italiano. Forse, dopo aver criticato il palese razzismo che trasuda dal saggio Jazz Band di Anton Giulio Bragaglia (1929), Poesio avrebbe potuto approfondire il tema dello scontro da tempo in atto nel mondo musicale italiano tra modernisti e tradizionalisti. Nel 1917 Marinetti aveva chiarito nel manifesto La danza futurista che <noi […] preferiamo Loïe-Fuller [la ballerina e attrice statunitense Marie Louise Fuller, 1862-1928] e il cake-walk dei negri>. Si sa che il pro-jazz Alfredo Casella e Gian Francesco Malipiero, fondarono con Gabriele d’Annunzio la “Corporazione delle nuove musiche”, animando un vivacissimo – a volte violento – dibattito culturale, a prescindere da questioni di ordine politico e dal razzismo. Forse non per caso 18 gennaio 1937 Alice de Fonseca scrive alla pianista, convivente e amante del Vate, Luisa Baccara: <Ti accludo questo avviso sui Kentucky Singers. Cesco ne organizza il giro in Italia, se dovessero interessare al Comandante dammene notizia che potrebbero cantare per Lui alla fine di febbraio. Sono pare degli artisti eccezionali> [cit. in G. S. Rossi, Storia di Alice, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, p. 74]. “Les 5 Kentucky Singers” sono presentati dal volantino pubblicitario francese inviato al Vittoriale come “Les extraordinaires chanteursnègres, grandi interpreti di “negro spirituals” e “vocal jazz”.Alice de Fonseca è stata un’amante di Mussolini e lo seguì nella Rsi con il marito Francesco “Cesco” Pallottelli, noto impresario musicale.

Nonostante Bragaglia lo considerasse <musica ammattita e gambe storte>, frutto di una miscela di <snobismo anglosassone>, <americanismo> e <diavolerie dei negri>, il jazz non fu mai proibito, ma in qualche modo “italianizzato” rivedendo i testi e addolcendo i ritmi, nel contesto della crescente campagna contro l’esterofilia. Nel “Radiocorriere” del novembre 1941 si chiariva che la musica sincopata italiana aveva acquistato <il diritto di cittadinanza> e <non si può pensare di sopprimerla> (cit. p. 87).In fondo, lo stesso Bragaglia, dopo aver pubblicato Jazz Band, aveva messo in scena L’opera da tre soldi di Bertold Brecht e Kurt Weill con il titolo italianizzato La veglia dei lestofanti, presentandola come “Commedia jazz”. [cfr. L. Ianniello, Futurismo e Jazz. Occasione mancata o rapporto impossibile?, Tesi di diploma, Conservatorio di Musica di Frosinone, 2010, pp. 60-61].

Una vicenda complessa, dunque, quella trattata dal volume. Un intreccio non sempre ben illustrato – nonostante l’ampiezza delle fonti utilizzate – tra cultura, politica, musica, religione, spirito dei tempi. Un intreccio che risulta in verità più chiaro dal volume di Anna Harwell Celenza: Jazz all’italiana. Da New Orleans all’Italia fascista e a Sinatra, Carocci, Roma 2018. (G.S.R.)

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n.1, 2019, nuova serie, a. XXXI

La transizione dal fascismo e dal franchismo alla democrazia, convegno Italo-spagnolo

Presso la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma (EE- HAR), organismo della Agencia Estatal Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC), si è tenuto il 14 maggio 2019 a Roma il convegno internazionale sul tema “La transizione del fascismo e del franchismo alla democrazia”. Il convegno è stato organizzato, oltre che dall’ente spagnolo ospitante, dall’Università della Tuscia, dall’Università di Navarra, dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, con il sostegno del Governo di Spagna e dell’Unione Europea. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ha tenuto la relazione “Pro aris et focis”. Luigi Gedda e il progetto cattolico nazionale nell’Italia degli anni Cinquanta. Andrea Ungari, docente di Storia contemporanea nella Università Guglielmo Marconi di Roma e componente il CdA della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ha tenuto la relazione I monarchici e la Chiesa Cattolica negli anni della transizione 1944/1946.