Trieste, ancora pochi giorni per visitare la mostra su Camillo Castiglioni a Palazzo Gopcevich

Trieste – Ancora pochi giorni – fino  a domenica 21 luglio – per ammirare la mostra Camillo Castiglioni e il mito della BMW, organizzata dalla Fondazione Franco Bardelli e dal Comune di Trieste con la collaborazione di BMW Group Archiv e della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. La mostra, curata da Mauro Martinenzi e Susanna Ognibene, si è aperta sabato 29 giugno. Notevole nelle prime due settimane di apertura l’afflusso del pubblico, interessato a scoprire la figura del grande imprenditore e finanziere triestino nella sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich, via G. Rossini 4 (orario 10.00-17.00, ingresso gratuito).

La mostra si pone l’obiettivo di raccontare – dopo decenni di oblio –  la straordinaria vita di Camillo Castiglioni, uno dei più grandi finanzieri e industriali europei negli anni Dieci e Venti del Novecento, con un particolare approfondimento relativo al periodo in cui come proprietario della BMW ne favorisce la trasformazione in una fabbrica motociclistica. L’intento è stato quello di realizzare un’esposizione che valorizzasse e ponesse in risalto sia la singolare storia umana del Castiglioni, che va oltre la connotazione politica dell’epoca, sia la società, il contesto culturale, politico ed economico attraverso cui il nostro personaggio si muove e vive, con particolare riferimento alle sue radici triestine ed ebraiche. In mostra numerosi pannelli illustrano l’intera vicenda umana di Castiglioni e, grazie, alla ricerca effettuata negli archivi e nei musei triestini, il fortissimo legame con la città natale. Camillo Castiglioni nacque infatti a Trieste il 22 ottobre del 1879 da Vittorio, pedagogista ed ebraista, (vice rabbino di Trieste, poi rabbino capo di Roma dal 1903 al 1911), e morì a Roma il 18 dicembre del 1957.

La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice partecipa con il prestito di numerosi e rilevanti documenti, conservati nel Fondo Archivistico dello storico e diplomatico triestino Attilio Tamaro, fin da giovane amico di Castiglioni, con il quale ha intrattenuto per anni una fitta corrispondenza. Altri documenti provengono dall’archivio BMW di Monaco di Baviera, così come la motocicletta voluta e commercializzata da Castiglioni nel 1923. Dal Museo Revoltella proviene uno splendido quadro di Nomellini, donato dal finanziere nel 1927. Il catalogo della mostra – Camillo Castiglioni e il mito della BMW, Goliardica Editrice, Trieste – è curato da Susanna Ognibene e Mauro Martinenzi, con introduzioni di Fred Jakobs, Head BMW Group Archiv, e di Gianni Scipione Rossi, autore della biografia Lo “squalo” e le leggi razziali. Vita spericolata di Camillo Castiglioni (Rubbettino, 2017). 

Quella “macchina imperfetta” che volle illudersi “totalitaria”

Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018//

Nel sottolineare l’inadeguatezza di una storiografia del fascismo in parte influenzata dal “senno del poi”, Domenico Settembrini evidenziò la contraddizione insita nell’inversione logica tra causa ed effetto. Nell’assumere dunque l’effetto come evidenza incontestabile della causa. Ne derivano numerosi paradossi. Tra questi: «Il fascismo ha, dopo il 1925, istituito uno Stato totalitario? Dunque, era nato proprio per fare questo». Ma lo Stato totalitario che il fascismo avrebbe immaginato, o sperato, o tentato, di fondare, quale si presenta – pur con alcune significative problematicità, in primis la persistente diarchia al vertice di tale Stato – quasi al termine del ventennio mussoliniano, alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu l’esito di un articolato, coerente e razionale progetto di sostituzione radicale dell’assetto dello Stato liberale? Nella sostanza, fu una vera rivoluzione? E fu subito regime, per dirla con Emilio Gentile?
Interrogativi non banali alla luce della ampia e profonda ricerca condotta da Guido Melis sulla storia dello Stato attraverso il fascismo. Con la capacità di scavo e di analisi tipica dell’autore, La macchina imperfetta fornisce risposte esaurienti quanto spesso sorprendenti e si pone, come ha notato Sabino Cassese, «a pieno titolo accanto all’altro grande studio sul fascismo, la biografia mussoliniana di Renzo De Felice».

Se si volesse individuare un paradosso simbolicamente molto significativo dell’imperfezione della “macchina” fascista, tra i tanti, potrebbe essere scelta la stessa qualifica di “Duce” che nel Ventennio viene attribuita al dittatore. Ma il titolo di Duce riservato a Mussolini era tale solo nel contesto della militanza fascista, dunque titolo con enfatica valenza politica, oppure aveva sostanza istituzionale e rilevanza giuridica? La vicenda è particolarmente complessa e tradisce la travagliata evoluzione dello Stato nel fascismo verso l’approdo in un regime totalitario a tutti gli effetti. Il costituzionalista Giuseppe Volpe, ricorda Melis, ha rivelato che il titolo, riferito a Mussolini, «appare per la prima volta in un atto governativo ufficiale nella circolare del 19 settembre 1923 inviata dal ministero dell’interno-comando generale della Milizia […] ai comandanti di zona». Ma in realtà, sul piano giuridico costituzionale, Mussolini non è Duce, bensì Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. Dunque, mentre il regime procede per tappe successive e non senza ambiguità a includere nello Stato la Milizia, il Partito, il Gran Consiglio, resiste a lungo una sorta di vita parallela del fascismo e dello Stato, che si manifesta persino nella percezione del capo, come se si trattasse, appunto, di confluenza nella medesima persona di due realtà separate. Sull’esempio dei regni che attribuiscono allo stesso sovrano due corone che di per sé non determinano l’unità dei due Stati. Solo nel decreto legge del 1937 che istituisce la Gioventù Italiana del Littorio appare la definizione “Il Duce, Primo Ministro e Segretario di Stato”, in luogo di Capo del Governo. E solo nel 1939, con una circolare, si impone che sia utilizzata, «nelle premesse dei Regi decreti, nelle intestazioni dei decreti del DUCE [che diventa a questo punto tutto maiuscolo] e in ogni norma contenuta in leggi o decreti», la dizione “DUCE del Fascismo Capo del Governo”.
Mussolini Duce in ritardo, dunque. O, se si vuole, Duce con riluttanza, come se il capo del fascismo non avesse ben chiara la volontà di fare dello Stato governato dal fascismo uno Stato integralmente fascista. Contestualmente, nella Germania nazista, il titolo di Führer attribuito a Hitler assume immediatamente un valore ufficiale e indica il Capo del Governo.
La travagliata sorte della definizione di Mussolini come Duce non è solo una curiosità storiografica, un particolare marginale. Questo camminare a tentoni, tra strappi, frenate, accelerazioni, scarti laterali, è tipico – come Melis mostra efficacemente – di tutto il percorso di costruzione dello Stato che si vorrebbe totalitario. Attiene al processo di formazione delle leggi, alla modificazione del ruolo del Consiglio dei Ministri, che perde di rilevanza solo dopo il 1928, ai poteri dei Sottosegretari, ai rapporti tra il Partito e lo Stato, sia al centro sia in periferia. Riguarda teoricamente e praticamente il confronto tra il diritto di tradizione liberale e il “nuovo diritto” che avrebbe dovuto testimoniare e sostanziare l’avvenuta rivoluzione politica. Riguarda il cangiante ruolo del Parlamento, progressivamente emarginato, fino alla sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei fasci e delle corporazioni, che si manifesta – al di là dei proclami – come inutile orpello. Riguarda il ruolo del Consiglio di Stato guidato da Santi Romano e quindi la giustizia amministrativa. Riguarda il rapporto tra il governo e le pubbliche amministrazioni, compresa la miriade di enti pubblici creata per gestire grandi e piccoli interessi e attività. Riguarda il rapporto con le élite militari e, in generale, la burocrazia, per non dire della magistratura. «Gli stessi concorsi, pur riformati – nota Melis – diedero risultati, dal punto di vista di una eventuale fascistizzazione dei magistrati, abbastanza modesti». Solo negli anni Quaranta l’iscrizione al Pnf avrebbe consentito vantaggi di carriera, ma nella realtà continuarono a prevalere i criteri di qualificazione professionale. «Insomma, la “macchina”, a distanza ormai di quasi un ventennio, non poteva proprio dirsi perfetta, né tanto facile da pilotare come forse si era ingenuamente ritenuto nell’ottobre 1922, nell’ebbrezza della conquista del potere».
Certo, gli “uomini nuovi” di Mussolini entrarono – spesso in disaccordo tra loro – nelle stanze del potere e lo gestirono. Ma con strumenti e comportamenti rapsodici, tali da far dubitare della reale intenzione e/o capacità di modellare uno Stato totalmente altro rispetto a quello liberale. Né diede frutti la tardiva accelerazione della svolta corporativa. Ad emergere in modo prepotente, e Melis lo mette acutamente in evidenza, è il principio della continuità che si invera nella prassi. Tanto che un ignoto burocrate può registrare, senza enfasi alcuna, a proposito della riunione del Consiglio dei ministri in calendario per il 31 luglio 1943: «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero». Una nota dettata da innata prudenza, forse. Ma simbolica della perdurante percezione dello Stato come istituzione superiore ai regimi politici, nonostante si prefiggano laceranti rotture.
Guido Melis è convincente nel trarre le conclusioni del suo lavoro.
«Tardive e spesso contraddittorie – scrive lo storico sassarese – sono le riforme nel campo del diritto, in quello dell’economia, persino nell’assetto della società. Una molto conclamata e celebrata rivoluzione economica (il corporativismo) rimane in gran parte sulla carta, al punto che la vera “rivoluzione” sarà la nascita, quasi inavvertita, dello Stato imprenditore, che si costituirà al di fuori del contesto corporativo e sarà destinato a sopravvivergli. Emerge la novità ambigua di uno Stato-partito costruito ex novo modificando in profondo la Costituzione liberale, ma al tempo stesso condizionato sino all’ultimo dalla sopravvivenza degli antichi equilibri: cioè dal modello di Stato ideato a fine Ottocento dai maestri del diritto costituzionale e amministrativo».
E ancora: «Domina, sullo sfondo il paradosso della diarchia, un regime che si dice totalitario ma che conserva un re formalmente sovrapposto al duce».
«Il panorama delle élite sociali resta estremamente composito, con larga prevalenza di elementi di continuità su quelli del cambiamento. […] Insomma, un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di nuovi e vecchi materiali confu- samente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo».
In definitiva, chiarisce Melis, il fascismo «fu un fenomeno molto più complesso del regime totalitario che la storiografia si è spesso rappresentata, illudendosi di poterlo racchiudere in quell’aggettivo». Il fascismo, in un certo senso, fu molto di più e molto di meno. A un tempo totalitario e articolato, a suo modo pluralista, in sostanza incapace di plasmare nel profondo l’auspicata “Italia in camicia nera” e anche di portare a compimento – pur avendo tentato questa strada – la nazionalizzazione degli italiani avviatasi con la Grande Guerra. Nel fallimento del progetto molta parte ha avuto il carattere di Mussolini. E Melis concorda con l’analisi psicologica di Renzo De Felice, quando evidenzia nel dittatore l’irriducibile tatticismo che lo portava fatalmente a scegliere il compromesso perpetuo, tra gli uomini e nelle decisioni politiche. Anche per questo si può dire che il fascismo abbia terminato il suo ciclo storico il 25 luglio 1943. Dopo si può parlare di neo-fascismo. Ma questa è un’altra storia.

Gianni Scipione Rossi

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX

Nella versione cartacea i riferimenti bibliografici.

Trieste: la Fondazione alla mostra su Camillo Castiglioni

Il 29 giugno 2019 è stata inaugurata a Trieste la mostra “Camillo Castiglioni e il mito della BMW”, organizzata dalla Fondazione Franco Bardelli e dal Comune di Trieste, con la collaborazione di BMW Group Archiv e della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. La Fondazione ha contribuito con il prestito di numerosi documenti d’archivio conservati nel fondo dello storico e diplomatico Attilio Tamaro.
All’inaugurazione hanno partecipato il vicepresidente della Fondazione Gianni Scipione Rossi, i curatori, l’assessore alla cultura del Comune di Trieste Giorgio Rossi, l’assessore all’ambiente della Regione Friuli Venezia Giulia Fabio Scoccimarro, Claudia Castiglioni, pronipote di Camillo, e i responsabili di BMW Group Archiv.
La mostra, curata da Mauro Martinenzi e Susanna Ognibene, si terrà dal 29 giugno al 21 luglio nella sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich, via G. Rossini, 4.
L’inaugurazione è stata fissata in concomitanza con l’arrivo a Trieste del “Fiva world motorcycle” il più importante evento mondiale di moto d’epoca, che quest’anno si svolge in Slovenia e Croazia, con tappa finale in Piazza Unità. Alla manifestazione saranno presenti anche moto provenienti dal Museo BMW di Monaco.
La mostra, allestita da Omniarem, si pone l’obiettivo di raccontare la straordinaria vita di Camillo Castiglioni, uno dei più grandi finanzieri e industriali europei negli anni Dieci e Venti del Novecento, con un particolare approfondimento relativo al periodo in cui come proprietario della BMW ne favorisce la trasformazione in una fabbrica motociclistica. L’intento è quello di realizzare un’esposizione che valorizzi e ponga in risalto sia la singolare storia umana del Castiglioni, che va oltre la connotazione politica dell’epoca, sia la società, il contesto culturale, politico ed economico attraverso cui il nostro personaggio si muove e vive, con particolare riferimento alle sue radici triestine ed ebraiche.
Camillo Castiglioni nacque a Trieste il 22 ottobre del 1879 da Vittorio, pedagogista ed ebraista (vice rabbino di Trieste, poi rabbino capo di Roma dal 1903 al 1911), e morì a Roma il 18 dicembre del 1957.
Il catalogo della mostra – Camillo Castiglioni e il mito della BMW, Goliardica Editrice, Trieste – è curato da Susanna Ognibene e Mauro Martinenzi, con introduzioni di Fred Jakobs, Head BMW Group Archiv, e di Gianni Scipione Rossi, autore della biografia Lo “squalo” e le leggi razziali. Vita spericolata di Camillo Castiglioni(Rubbettino, 2017).