Pubblicati gli Atti della VI Conferenza nazionale dell’Aici

È uscito il volume degli Atti della VI Conferenza nazionale dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Aici), tenutasi a Firenze tra il 7 e il 9 novembre 2019 e che ha radunato i rappresentati delle numerose associazioni aderenti intorno al tema “Istituti e politica culturale”.

Il volume, curato da Michael Musetti, con una Prefazione del presidente Valdo Spini, riporta gli interventi delle due sessioni plenarie (Dalla Carta di Ravello al Patto e Per una politica culturale nel quadrante mediterraneo) e un documento di sintesi sui cinque workshop tematici.

Comprende inoltre copia del Documento di Firenze 2019, che integra la Carta di Ravello (2018), per giungere a un Patto per la Cultura che leghi istituzioni e paese intorno alle tematiche culturali.

M. Musetti (a cura di), Italia è cultura. Istituti e politica culturale, Viella, Roma 2020, 176 pp., 22 euro.

La “Pausa dello Spirito” torna a settembre

La “Pausa dello Spirito”, l’iniziativa di approfondimenti tematici online della Fondazione – iniziata ad aprile -, ritornerà a partire da settembre con nuovi interventi di carattere vario, generalmente storico, filosofico, economico, geografico e giuridico, svolti da collaboratori e da amici della Fondazione su tematiche ad essi consone.

I brevi video saranno sempre in onda il mercoledì e la domenica alle ore 12.00, nella pagina Facebook e sul sito internet della Fondazione.

Quale democrazia per la Repubblica? Ripensando il 2 giugno 1946

Se una ricorrenza ha un valore pubblico e civile è perché arricchisce la consapevolezza diffusa presso il maggior numero di abitanti di uno Stato-nazione, avvicinandoli così un po’ di più ad un’autentica condizione di “cittadini”. Il 2 giugno 1946 è la festa nazionale che più di ogni altra potrebbe sanare quelle ferite che l’Italia si porta dietro a seguito di una doppia guerra civile consumatasi nell’arco di un ventennio. La prima esplose tra 1919 e 1922 e fu apparentemente riassorbita con atto d’imperio e la trasformazione, di lì a tre anni, di un sistema costituzional-rappresentativo in una dittatura a partito unico. La seconda, più nota, fu quella che si consumò tra 1943 e 1945 e a cui il 2 giugno più immediatamente pose fine, almeno in una certa misura.

Si potrebbe obiettare che con il referendum istituzionale si manifestò una netta frattura tra sostenitori della monarchia e sostenitori della repubblica. Quel fatidico e fondativo giorno votarono 24.946.878 italiani e italiane (e anche per il voto nazionale alle donne la data è memorabile), pari all’89,10% degli aventi diritto. Si trattò dunque di una partecipazione elevatissima, che non aveva precedenti nella storia delle elezioni libere in Italia. Prevalse la scelta repubblicana con 12.718.641 voti, pari al 54,3%, contro i 10.718.502 suffragi a favore della monarchia, pari al 45,7% dei voti validi. La spaccatura apparve netta, anche in termini Nord-Sud, con la parte centro-settentrionale della penisola a maggioranza repubblicana, il Sud e le isole a maggioranza monarchica. Un’Italia spaccata in due, dunque? Apparentemente sì, ma nella sostanza no. Se infatti andiamo a vedere i contemporanei risultati per l’elezione dell’Assemblea costituente constatiamo che le forze monarchiche, presentatesi sotto un’unica lista elettorale denominata Blocco nazionale della libertà (che raggruppava Partito democratico italiano, Concentrazione nazionale democratica liberale e Centro democratico), ottennero soltanto 637.328 voti, pari al 2,77%, con 16 seggi su 556. Ben poca cosa. Nello stesso giorno in cui oltre il 45% votava a favore del mantenimento dell’istituto monarchico, il voto politico a favore di partiti monarchici era del 2,77%. È ovvio che tanto di quel 45% si espresse altrove in termini partitici, dalla Dc ai liberali (si pensi ad una figura come Luigi Einaudi), per una logica di “voto utile” resa inevitabile in epoca di partiti di massa e di incipiente Guerra fredda, però ciò significa anche che si antepose la scelta democratica alla scelta istituzionale. Questione di priorità: prima la democrazia come contenuto, poi la forma, repubblicana o monarchica che fosse.

Le successive elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime in regime repubblicano e con costituzione vigente, videro il Partito nazionale monarchico (Pnm), ufficialmente sorto il 13 giugno del 1946 all’indomani della sconfitta referendaria, ottenere alla Camera 729.078 voti, pari al 2,78%, e al Senato 393.510, pari all’1,74%. Peraltro il Pnm si presentò in una lista unica con un’altra formazione, l’Alleanza democratica nazionale del lavoro. Anche nel caso del 1948 va tenuto conto della estrema polarizzazione innescata da una Guerra fredda oramai divampata, e al fatto che nella nuova contrapposizione Est/Ovest la Dc riuscì a catalizzare quasi l’intero voto anticomunista, conservatore e filo-occidentale.

Se però proseguiamo nella storia delle elezioni politiche constatiamo che anche nelle successive due competizioni nazionali il voto monarchico non andò oltre il 6,85% (alla Camera) nel 1953, per poi ritornare al 2,23% (sempre alla Camera) nel 1958. Successivamente l’erede del Pnm, ossia il Partito democratico italiano di Unità monarchica di Alfredo Covelli ed Achille Lauro, oscillò tra l’1,75% (alla Camera nelle elezioni del 1963) e l’1,30% (sempre alla Camera nelle elezioni del 1968), per infine sciogliersi nel 1972 e parte di esso confluire nel Movimento sociale italiano-Destra nazionale. Insomma, se forse un sentimento monarchico permase ancora per qualche tempo, non si tradusse più, dopo il 2 giugno 1946, in una forza politica di un qualche significativo peso.

Non fu dunque sulla scelta istituzionale che il 2 giugno di 74 anni fa avvenne la vera divisione del popolo italiano, ed anche per questo meriterebbe sottolineare con forza questa data come la festa ufficiale della Repubblica, in quanto assai meno divisiva del 25 aprile, festa della Liberazione dall’occupazione tedesca e della sconfitta definitiva del fascismo risorto a Salò. Il 2 giugno semmai ci fu convergenza su una scelta a favore della democrazia come contenuto e come metodo. Eppure resta da spiegare come mai la successiva storia repubblicana italiana sia stata caratterizzata da momenti di profondissima divisione interna, culminata in un decennio che sarebbe opportuno non dimenticare mai per evitare che possa ripetersi. Parliamo degli anni Settanta, ovviamente. Gli “anni di piombo”, che tali furono realmente. Pochi giorni orsono è stato ricordato l’omicidio del giornalista Walter Tobagi compiuto da un gruppo terroristico di estrema sinistra il 28 maggio di 40 anni fa. Assassini politici per una sorta di guerra civile in servizio permanente effettivo si sono protratti fino al 2002 (assassinio di Marco Biagi da parte delle nuove Brigate rosse). Sotto il drammatico profilo del terrorismo politico interno l’Italia costituisce un caso unico in tutta Europa, se si escludono situazioni dove esistono annosi conflitti con minoranze territoriali secessioniste.

Se anche si volesse omettere questa fase di estrema acutezza della conflittualità intestina, non possiamo negare che gli ultimi trent’anni della nostra storia repubblicana hanno conosciuto una forte polarizzazione che ha impedito, ad esempio, di giungere a riforme costituzionali condivise. Queste ultime, necessarie per alcuni aggiornamenti della macchina decisionale nazionale, sono state impedite proprio dall’impossibilità di superare una concezione che vede l’avversario politico come il nemico con cui non si scende mai a patti. Il fallimento del tentativo di consolidare un bipolarismo fondato sul principio dell’alternanza al governo sta lì a testimoniarlo. Nei fatti, dal 1994 al 2011 si è assistito alla sua sperimentazione, che però è stata raccontata dal sistema massmediatico e vissuta dagli stessi protagonisti politici, oltre che dall’opinione pubblica, come qualcosa di più simile ad una finale resa dei conti che non alla normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Abbiamo vissuto circa vent’anni di drammatizzazione estrema del confronto bipolare e l’antiberlusconismo è stato in tal senso il grido di allarme lanciato contro una democrazia che non sarebbe risultata “normale” nell’Italia di quel più recente ventennio. Dal 2013 ad oggi è poi entrato in gioco un confronto tripolare che comunque di recente sta riconvertendosi in bipolarismo bloccato e bloccante rispetto al fisiologico meccanismo dell’alternanza al governo tra maggioranza e opposizione. Come mai tutto questo? Significa forse che su quella democrazia per cui ci si espresse in modo sostanzialmente uniforme e concorde il 2 giugno 1946 esistevano in realtà sotterranee divergenze e silenti ma profonde contrapposizioni?

Ben più di un elemento di risposta in tal senso possiamo adesso trovarlo in un bel volume in uscita tra pochi giorni nelle librerie di tutta Italia, ne è autore Danilo Breschi, professore di storia del pensiero politico presso l’Università degli studi internazionali di Roma (Unint) e componente del CdA della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Il titolo di questa ampia e densa ricerca è eloquente: Quale democrazia per la Repubblica? Le culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946, edito dalla Luni di Milano. Dall’8 settembre 1943 al 2 giugno 1946 si è consumata la grande transizione dal fascismo alla Repubblica, dalla dittatura alla democrazia. Un triennio fecondo e decisivo per la futura storia d’Italia, una breve stagione di grande tensione ideale e di enorme fermento ideologico che prepara il dibattito costituente per una nazione e uno Stato da rifondare. Il libro cerca di rispondere ad un interrogativo cruciale, che è il seguente: quante e quali idee, quante e quali immagini di democrazia circolavano nelle famiglie politico-culturali e politico-partitiche nel periodo di transizione dal fascismo alla Repubblica, appunto tra l’estate del 1943 e l’estate del 1946? E ancora: quanto questa democrazia, da tutti o quasi evocata, fosse qualcosa di più della semplice negazione del recente passato, e dunque non soltanto il rovesciamento della dittatura? Quali gli istituti, le procedure e le finalità nelle quali si sarebbe dovuta tradurre la nuova forma di governo democratica?

In un’Italia che oscilla tra guerra e prima ricostruzione, tra paure e speranze, nei circa tre anni che seguono al 25 luglio 1943 assistiamo al libero risorgere e manifestarsi di tutte le famiglie politiche soppresse dopo l’avvento del fascismo al potere. Ad esse se ne aggiungono di nuove, come l’azionismo, la sinistra cristiana e il qualunquismo. L’ideologia che tutte le accomuna è l’antifascismo, ma per alcuni si aggiunge l’anticomunismo, in nome del più generale antitotalitarismo. In tutti i casi, il triennio 1943-46 mostra una ricchezza ideologica quanto mai ampia e consente di cogliere fermenti, idee e proposte riprese subito dopo nell’Assemblea costituente. Fino al 2 giugno 1946 per molti attori presenti sulla scena politica le soluzioni alla crisi aperta dalla fine del fascismo, e poi dalla fine della guerra, erano numerose e tutte possibili. Attraverso un ricco e dettagliato panorama delle idee politiche presenti nell’Italia di quel triennio il nuovo libro di Breschi consente di capire quali fossero i contenuti fondamentali della cultura alla base della nascente Repubblica. Dai primi vagiti di idee e proposte si può intuire lo Stato che sarebbe venuto poi, le eredità che si sarebbe portato dietro e che oggi sono diventati nodi scorsoi da sciogliere per ridare fiato e slancio alla nazione italiana.

Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice

 

L’autore

Consigliere di amministrazione della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Danilo Breschi è professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna anche Elementi di politica internazionale e Storia delle culture politiche. È membro del Research Network on the History of the Idea of Europe, del comitato direttivo della «Rivista di Politica» e del comitato scientifico dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale. Fra le sue pubblicazioni: Camillo Pellizzi. La ricerca delle élites tra politica e sociologia (1896-1979) (con G. Longo, Rubbettino 2003); Sognando la rivoluzione. La sinistra italiana e le origini del ’68 (Mauro Pagliai 2008); Spirito del Novecento. Il secolo di Ugo Spirito dal fascismo alla contestazione (Rubbettino 2010); Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (Mauro Pagliai 2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità (Luni 2019).

Riapertura della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice

La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice riaprirà al pubblico lunedì 18 maggio, con orario provvisoriamente ridotto: dal lunedì al venerdì ore 10.30-14.30 e il giovedì ore 10.30-18.00 per garantire il rispetto degli standard di sicurezza per dipendenti e studiosi.

L’accesso alla Biblioteca e all’Archivio sarà consentito ad un numero contingentato di persone solamente su appuntamento, che sarà possibile fissare scrivendo via mail agli indirizzi: archivio@fondazionespirito.itbiblioteca@fondazionespirito.it e aspettando di ricevere conferma.

L’attività di riproduzione dei testi è temporaneamente sospesa.
A ospiti e studiosi è fatto obbligo di mantenere comportamenti che garantiscano la sicurezza di tutti: saranno disponibili gel disinfettanti per le mani e le postazioni saranno disinfettate come da disposizione di legge.

All’interno dell’Istituto sarà obbligatorio l’uso della mascherina e il rispetto del distanziamento sociale di almeno un metro.

 

Cultura, Valdo Spini (AICI): “Ampliare l’Art Bonus: la cultura non si ferma”

Roma, 29 aprile 2020 – Promuovere la cultura come “strumento essenziale per il rilancio del sistema paese”. La richiesta arriva dall’Associazione delle Istituzioni di cultura italiane (AICI), che comprende 120 tra fondazioni e istituti culturali, in concomitanza con l’assemblea dei suoi soci, che si è svolta via web ieri, martedì 28 aprile.

Per ripartire, dopo l’emergenza sanitaria, occorreranno dunque stanziamenti ad hoc. In particolare l’AICI allude “alla proposta, sostenuta da Federculture, di istituire un Fondo per la cultura, non alternativo al finanziamento pubblico e delle fondazioni bancarie, bensì integrativo – come ha spiegato Valdo Spini, presidente l’AICI, introducendo l’assemblea dell’associazione – . Aderiamo a questa iniziativa di #unfondoperlacultura, un appello che ha già raccolto migliaia di firme, e riteniamo necessario riportare l’attenzione sul tema del finanziamento della cultura nel dopo emergenza: basta tagli, servono invece nuovi investimenti su un comparto che sarà ancora più cruciale per l’Italia, la sua economia, la sua società, nei prossimi mesi”. Il fondo in questione avrebbe per oggetto prevalentemente le imprese culturali. “La nostra proposta, in particolare, – continua Spini – è quella di una misura specifica per gli enti attivi in ambito culturale, che mira all’allargamento dell’Art Bonus, (il credito di imposta pari al 65% dell’importo donato a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano) proprio ad istituzioni come le nostre. Nella forma, si tratta di inserire, nell’art.1 del d.l. 83/2014, “le fondazioni e gli istituti culturali dotati di riconoscimento giuridico”, con lo scopo in sostanza di trovare le coperture necessarie ed incentivare il finanziamento privato alle nostre attività”.

“Per ciò che concerne i nostri appuntamenti – ha aggiunto Valdo Spini –, abbiamo deciso di rinviare alla primavera del 2021 la conferenza nazionale, che si terrà a Cagliari. Non appena vi saranno le condizioni, abbiamo inoltre intenzione di promuovere al più presto un incontro dal titolo “Riparti cultura”, un’iniziativa che vorremmo organizzare a Milano, nel territorio più colpito dalla pandemia, con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e gli altri istituti della Lombardia (Istituto Parri, Fondazione Kuliscioff, Fondazione Micheletti e tutti gli altri)”.

La cultura non si ferma

Nel frattempo, anche in queste settimane di lockdown l’attività delle associazioni impegnate nella ricerca, nella conservazione e nella promozione della cultura in tutti i suoi aspetti, non si è mai fermata. “Molti istituti culturali – ha concluso il presidente dell’AICI – hanno attivato canali di comunicazione digitale per diffondere i loro contenuti, far conoscere e valorizzare il patrimonio collettivo. Anche il nostro sito ha registrato un flusso crescente di notizie dai soci e, sulla base della positiva esperienza del Dantedì, con i video realizzati dall’Accademia della Crusca, è stata aperta, nella sezione “Notizie dagli Istituti” una pagina ad hoc, dedicata ai video prodotti dagli associati. Vogliamo essere vicini ai cittadini, in queste settimane difficili, ricordando loro il contributo e il valore che la cultura italiana, in ogni suo aspetto, rappresenta”.


L’AICI, Associazione delle istituzioni di Cultura italiane, è stata costituita nel 1992 da un gruppo di associazioni, fondazioni e istituti culturali di grande prestigio e consolidata attività. I suoi 120 Soci, distribuiti sull’intero territorio nazionale, dall’Accademia della Crusca all’Istituto Italiano per gli Studi storici, svolgono attività di ricerca, conservazione e promozione nei più diversi ambiti della produzione culturale. La missione istituzionale dell’AICI, è “tutelare e valorizzare la funzione delle Istituzioni di cultura, nelle quali la Costituzione della Repubblica riconosce una componente essenziale della comunità nazionale”.

AVVISO AL PUBBLICO EX DECRETO “CORONAVIRUS”

RINVIATE LE INIZIATIVE APERTE AL PUBBLICO PROGRAMMATE PER MARZO

REGOLARE L’ATTIVITÀ DI SEGRETERIA, BIBLIOTECA E  ARCHIVIO

CONFERMATO IL CORSO DI FORMAZIONE

In ottemperanza al decreto governativo relativo alle misure di contenimento e contrasto del cosiddetto “coronavirus”, la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, pur dispiaciuta, ha disposto la sospensione delle iniziative aperte al pubblico programmate in sede.

In particolare è rinviata a data da destinarsi la presentazione del libro di Ester Capuzzo “Italiani. Visitate l’Italia”, in calendario per mercoledì 11 marzo 2020.

È altresì rinviato, in via prudenziale, a data da destinarsi, il convegno su Bettino Craxi: una interpretazione storiografica. Dal Midas alla crisi della “prima Repubblica”, in calendario per mercoledì 25 marzo 2020.

La Fondazione ha disposto che gli uffici resteranno aperti per i servizi di Segreteria, di Biblioteca e di Archivio, ai quali potranno regolarmente accedere gli studiosi secondo gli orari normali. Il corso di formazione è confermato, si svolge in sede, può essere frequentato a distanza, anche in caso di chiusura delle scuole e delle università.

La Fondazione si augura che le misure straordinarie a tutela della salute possano al più presto rientrare.

Sarà cura della Fondazione riprogrammare le iniziative sospese.

Roma, 5 marzo 2020

Il Consiglio di Amministrazione

La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice cerca un “Fundraiser” esperto

Attività prevista:

  • Affiancamento alla direzione e partecipazione all’elaborazione di strategie di “fundraising”
  • Implementazione delle attività di “fundraising”, in particolare area progetti
  • Ideazione ed elaborazione di proposte scritte per i donatori
  • Redazione mailing per la raccolta fondi
  • Cura della redazione e invio di lettere di ringraziamento
  • Monitoraggio, screening e redazione di progetti per richiesta finanziamenti a Fondazioni nazionali ed internazionali
  • Mantenimento di un database di donatori

Requisiti essenziali:

  • Laurea triennale
  • Ottime capacità di relazione e negoziazione; capacità di parlare in pubblico e di relazione con i donatori
  • Esperienza in “fundraising”

I seguenti requisiti costituiscono titolo di preferenza:

  • Specializzazione post-laurea in Fundraising (Master o scuole alta formazione)
  • Esperienza di 2 anni in uffici “fundraising” e comunicazione
  • Conoscenza del mondo delle Fondazioni culturali
  • Conoscenza principali strumenti informatici e dei principali social network;
  • Conoscenza lingua inglese

Cosa si offre:

  • Inquadramento: part time con impegno orario da concordare
  • Durata contratto: 10 mesi, con possibilità di rinnovo e stabilizzazione
  • Scadenza candidature: 27 marzo 2020
  • Disponibilità ad iniziare: da subito

Luogo di lavoro: Roma

Per candidarsi: Inviare C.V. (con autorizzazione al trattamento dei dati personali) e lettera di presentazione all’indirizzo direttore@fondazionespirito.it

Prorogati all’8 marzo i termini di iscrizione al corso di formazione “Capire il Novecento”

Viste le tante richieste ricevute abbiamo deciso di posticipare il termine per l’iscrizione al corso di formazione “Capire il Novecento”: sarà possibile aderire fino all’8 marzo.

Si ricorda che il corso è aperto a tutti, può essere seguito da tutta Italia visualizzando in differita i video delle lezioni, e ha un costo di 150€.
I docenti delle scuole medie superiori potranno pagare con la Carta del docente e conseguire i crediti formativi.
Per maggiori informazioni: segreteria@fondazionespirito.it
Per iscriversi: https://associazionetokalon.com/corso/capire-il-900/

Presentato in Fondazione “Un paese in movimento”, il volume di Simona Colarizi sull’Italia negli anni Sessanta e Settanta

Mercoledì 26 febbraio 2020, nella Sala della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (Piazza delle Muse, 25), è stato presentato il volume Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta di Simona Colarizi (Laterza, Roma-Bari 2019).

Un periodo di modernizzazione

Simona Colarizi ha affrontato il tema della modernizzazione del Paese studiando i due decenni cruciali degli anni Sessanta e Settanta. Anni contraddittori – il terrorismo d’ogni matrice insanguinò le strade del paese – ma densi di speranze e desideri che, tradotti in normative, comportamenti, ideali, portarono effettivamente l’Italia a un grado di modernizzazione pressoché sconosciuto fino ad allora. Divorzio, maggiore età a 18 anni, con il correlativo diritto di voto, statuto dei lavoratori, nazionalizzazione dell’energia elettrica, servizio sanitario nazionale, per citare alla rinfusa, furono provvedimenti di grande importanza che un po’ anticiparono, un po’ presero atto della maturazione democratica di larghi settori della società civile. L’Italia divenne protagonista anche sul piano internazionale, con l’adesione ai primi passi di comunità tra Stati europei.

Le conquiste sociali, dei diritti, l’apertura al mondo stavano conferendo al nostro paese caratteri di modernità pur nelle ombre dovute a un sistema partitico talvolta incapace di afferrare le spinte in avanti che dalla società sorgevano e si diffondevano.

Proprio per questo Simona Colarizi, ospite della Fondazione per la presentazione del suo libro, ha voluto dedicare a quegli anni il suo ultimo studio, accorgendosi della sottovalutazione storiografica del periodo 1960-1979, quando “i lasciti di un’Italia contadina sono spezzati” e si fa avanti una modalità antiautoritaria di affrontare le sfide imposte dalle nuove circostanze.

Le tante novità, la crescita oggettiva – economica, culturale – furono poi in parte vanificate nel decennio successivo, quando i grandi partiti, la Dc e il Pci, dopo aver teorizzato nel 1976 la “società debole”, che necessita dei partiti perché non in grado di creare soggetti politici autonomi, divennero invadenti e tutta una serie di aperture furono depotenziate, passando quindi a una società iperindividualista, lontana dalle suggestioni comunitarie che la stagione precedente aveva fatto immaginare come possibile scenario per il nostro paese.