La centralità geopolitica di Trieste negli studi di Giorgio Roletto ed Ernesto Massi

di Michele Pigliucci

//La regione geografica dell’Adriatico settentrionale è una delle zone maggiormente interessanti per quanto riguarda lo studio del territorio e della distribuzione dei popoli. Essa, infatti, nella storia dell’uomo è sempre stata attraversata da diversi confini politici, il cui mutamento nei secoli ha raccontato, e condizionato, l’alterna evoluzione delle dinamiche umane, facendone il terreno di un confronto più o meno aspro fra popolazioni differenti per lingua, cultura e provenienza, che la storia nei secoli ha spinto fino a questo crocevia, facendo di esso uno snodo di primaria importanza in quanto limite orientale della diffusione dei popoli latini, confine meridionale dell’espansione dei popoli germanici e occidentale per i popoli slavi. Queste tre espansioni hanno scelto per differenti motivi queste direzioni: a un’antica presenza latina nella direttrice orientale si è andata sommando una penetrazione germanica in cerca di uno sbocco sul Mediterraneo, a cui si è aggiunta la manodopera agricola slava che, diffusa sul territorio, ha assunto nel tempo consapevolezza nazionale.
La diffusione dei tre ceppi etnici su questo territorio non è mai riuscita a risolversi in maniera definitiva: se la penetrazione germanica è stata discontinua e periodica, l’elemento latino ha privilegiato l’occupazione delle città della costa mentre gli slavi, prevalentemente contadini, si sono sparpagliati nell’agro (Bonetti, 1964). Questa differente distribuzione dipende in ultima analisi da un diverso approccio culturale che avrebbe poi condizionato le tensioni per il controllo della regione: se gli italiani sono portati a ritenere che la campagna segua il destino della città, viceversa gli slavi e i germanici tendono a considerare l’agro il vero centro del territorio.

La situazione di Trieste, inoltre, è complicata dalla netta separazione fra l’entroterra e il litorale, causata dall’aspra conformazione orografica del Carso immediatamente alle spalle della città. Questa particolarità fu ad un tempo la causa e l’effetto dell’incapacità di affermazione, per un periodo significativo, da parte di un potere centrale in grado di imporre unità culturale e territoriale alla regione e di condizionare così sostanzialmente e definitivamente lo sviluppo umano. Al contrario l’assenza di una barriera naturale ben riconoscibile permise il continuo spostamento delle frontiere secondo le contingenze storiche. In particolare durante le invasioni barbariche dell’alto medioevo questa regione si rivelò sostanzialmente inadatta a ricoprire il ruolo di limes militare che la geografia politica le attribuiva: fortificata con alti valli, fu violata ripetutamente fino a costringere i Longobardi a porre la propria linea difensiva su quello che diverrà il limes longobardicus, il limitare cioè fra la pianura friulana e le Prealpi Giulie. Questa linea amministrativa e militare è di grande significato perché rappresenterà da allora, almeno nella sua parte settentrionale, un confine etnico abbastanza netto fra i popoli di diritto latino e gli sloveni e croati, i primi penetrati nella zona delle Prealpi Giulie al seguito dei Longobardi, i secondi importati nella penisola istriana dai bizantini come coloni. Questa sostanziale chiusura del confine agevolò lo sviluppo di una centralità della zona costiera giuliana, che mantenne nei secoli la propria funzione di collegamento fra mondo germanico e mare Adriatico.

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Il saggio completo in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2016-2017, XXVIII-XXIX, pp. 45-69.

La rivista “Geopolitica” e la questione delle terre irredente tra ambizioni scientifiche, politiche e territoriali

di Arrigo Bonifacio

//Nel gennaio del 1939 uscì il primo numero di “Geopolitica. Rassegna mensile di geografia politica, economica, sociale, coloniale”, rivista fondata dai geografi Ernesto Massi e Giorgio Roletto grazie all’appoggio politico e materiale del ministro per l’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. Il principale obbiettivo scientifico di “Geopolitica” era quello di strutturare un approccio italiano all’omonima disciplina – la geopolitica – affermandone lo status scientifico come disciplina geografica. La rivista aveva però anche degli obbiettivi di natura politica, ed in particolar modo ambiva a fare della geopolitica «una base dottrinaria della politica estera fascista». Svariati studi hanno evidenziato come globalmente “Geopolitica” fosse principalmente espressione della peculiare realtà politico-culturale della città di Trieste, presso il cui Ateneo era inserito quell’Istituto di Geografia, sede della Direzione della rivista, dove insegnava il piemontese Giorgio Roletto e dove si era formato accademicamente l’altro condirettore di “Geopolitica”, Ernesto Massi, geografo triestino che per primo aveva “importato” in Italia la geopolitica, disciplina che fino a quel momento si era sviluppata soprattutto in Germania.

Presso il medesimo Istituto erano poi attivi numerosi altri redattori e collaboratori della rivista, quali Eliseo Bonetti, Livio Chersi, Renata Pess, Carlo Schiffrer e Dante Lunder. Ad ogni modo collaborarono con “Geopolitica” «tutti i geografi [italiani] dell’epoca»: la creatura di Roletto e Massi era dunque dotata di una rete ben ramificata anche al di fuori dell’Istituto di Geografia dell’Università di Trieste e si estendeva un po’ a tutto il Regno, per farsi però particolarmente fitta a Milano e a Pavia, dove Ernesto Massi era docente di Geografia Politica presso l’Università Cattolica di Milano e la Regia Università di Pavia.
La rete di “Geopolitica” non era tuttavia di natura esclusivamente accademica: Massi e Roletto erano infatti vicini sia all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (d’ora in avanti ISPI), istituzione notoriamente vicina agli ambienti del Ministero degli Affari Esteri, sia alla Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini. Per comprendere la vicinanza di Massi e Roletto a questi due enti, entrambi nati negli ambienti dei Gruppi Universitari Fascisti (d’ora in avanti GUF) milanesi e pavesi, basti ricordare che entrambi i direttori di “Geopolitica” erano anche collaboratori di “Dottrina Fascista”, la rivista della Scuola, mentre per quello che riguarda l’ISPI i rapporti furono così stretti che per anni si vagliò l’ipotesi di creare presso l’Istituto di Geografia dell’Ateneo giuliano una sede distaccata dell’ente milanese.

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Il testo completo del saggio in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2016-2017, XXVIII-XXIX, pp. 9-43.

La cultura dell’irredentismo nel Fondo archivistico Ernesto Massi

Ernesto Massi rappresenta uno degli esempi migliori di quello che gli storici e i geografi hanno attribuito alla città di Trieste e alla sua cultura mitteleuropea, ovvero il crocevia di tre diverse tradizioni culturali e politiche: la cultura italiana o latina, la cultura slava e la cultura tedesca.

Ciò emerge con forza non soltanto dalla biografia del geografo e politico triestino, ma anche dalla visione del mondo che animò lo studioso nel corso di tutta la sua esistenza. Elementi questi che troviamo presenti nell’Archivio e nella biblioteca dello studioso triestino, conservati presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Nel corso della sua esistenza, Massi riuscì infatti a conciliare il cattolicesimo (con la sua giovanile iscrizione alla FUCI) con l’idea di nazione; il corporativismo cattolico e fascista; l’adesione alle idee di Romolo Murri fondatore della Democrazia Cristiana; la visione monarchica e repubblicana; l’adesione all’idea millenaria di Roma che giungeva attraverso il Cristianesimo sino al fascismo; nonché la capacità di conciliare la visione del mondo dello Stato etico di origine gentiliana con quella spirituale della tradizione cattolica (ovvero sintesi fra idealismo e cattolicesimo); e ancora una visione di sintesi della tradizione risorgimentale (che contempla tutti i “padri della patria” da Gian Domenico Romagnosi, a Melchiorre Gioia e Carlo Cattaneo, fino a comprendere Giuseppe Mazzini e il socialismo nazionale Carlo Pisacane) che muove dalla Sinistra storica (con le sue componenti: irredentismo; socialismo nazionale; nazionalitarismo dell’anarcosocialista Andrea Costa) e che si salda con la visione soreliana dei sindacalisti rivoluzionari fautori dell’intervento militare nella Grande Guerra, i quali riscoprono l’idea di nazione avvicinandosi alla “religione della patria” nel corso del primo conflitto mondiale e poi confluiscono nel movimento fascista attraverso il sindacalismo nazionale, a partire dal dopoguerra.

È evidente che nel “pantheon ideologico” di Massi tutti i movimenti politici erano ben accetti, purché facessero propria l’idea di nazione e si riconoscessero nella visione dell’Italia generalmente condivisa. La stessa idea di nazione però – nel pensiero di Massi – non poteva esistere senza una visione sociale che rendesse tutti i ceti partecipi del benessere generale.

Ma partiamo dalle origini. Alla base della nazione sociale del geografo triestino vi è l’irredentismo, che è stato un grosso fattore di nazionalismo, come hanno sottolineato alcuni storici come Giovanni Sabbatucci. Una delle condizioni necessarie per lo sviluppo della componente irredentista è stata la presenza nella fase risorgimentale di un nazionalismo d’ispirazione democratica e mazziniana.

Nel corso dell’Ottocento, la presenza dei valori del nazionalismo democratico e mazziniano è servita a tener desto un sentimento patriottico che si è tradotto tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in un nazionalismo antidemocratico ed imperialista.

Massi nacque a Trieste nel 1909, quando ancora la città era parte integrante dell’impero austro-ungarico. Il suo vero nome era Ernesto Maček, ereditato dal padre di origine croata o slovena e alto ufficiale della Marina austriaca. La madre invece di origine italiana, si chiamava Enrica Codaglio. L’infanzia e le elementari le trascorse nella città di Graz dove frequentò le scuole elementari del posto, imparando a parlare e a scrivere correttamente la lingua tedesca. Viceversa, frequentò le scuole medie inferiori e superiori a Trieste nella fase in cui terminata la Grande Guerra la città venne annessa al Regno d’Italia. Nel 1926, dopo l’avvenuta iscrizione all’Università di Trieste, cambiò il cognome da Maček in Massi, in linea con il Regio Decreto promulgato in quell’anno.

Nel corso della sua frequenza presso la facoltà di Economia e Commercio, Massi ebbe modo di sostenere anche un paio di annualità di Lingua e Letteratura serbo-croata. A dimostrazione del suo rapporto con la cultura del mondo slavo, per tradizione familiare (il padre era di origine croata).

Durante il suo percorso universitario conobbe Giorgio Roletto, docente all’epoca di Geografia economica all’Istituto di Studi superiori di Trieste, che gli propose di collaborare con lui nella realizzazione di una corrente tutta italiana di geopolitica, traducendo le opere in tedesco del fondatore della geopolitica tedesca Karl Haushofer, che aveva iniziato nel 1924, a Monaco, la pubblicazione della rivista Zeitschrift für Geopolitik, con l’apporto di una serie di allievi e studiosi. Ma la figura di studioso eclettico e multiforme, frutto del suo rapporto con la città di Trieste, emerge anche durante gli anni Trenta, per l’esattezza nel 1934, quando giunto a Milano iniziò a collaborare in qualità di assistente volontario con la cattedra di Libertade Nangeroni all’epoca docente di Geografia presso la facoltà di Lettere della Università Cattolica del Sacro Cuore. Nangeroni aveva chiesto al rettore dell’Università Cattolica Padre Gemelli di poter contare su un assistente per poter affrontare il numero crescente di studenti che sostenevano l’esame con la sua cattedra e aveva segnalato il giovane Massi affermando che era un giovane geografo molto promettente. Gemelli aveva dato il suo assenso sottolineando che però non era in quel momento possibile pagarlo e che forse avrebbe potuto ambire ad uno stipendio solo negli anni a venire.

Due anni dopo, siamo nel 1936, Massi divenne ordinario, ottenendo la cattedra di Geografia economica alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica. Negli stessi anni, lo studioso triestino iniziò a collaborare con l’Istituto Coloniale Fascista di Milano e con i suoi colleghi della Cattolica, soprattutto con Amintore Fanfani e Francesco Vito per la comune adesione al corporativismo cattolico e per un aperto sostegno al colonialismo italiano all’interno dell’ICF lombardo.

Nel 1936 guidò l’ICF milanese in un lungo tour nella Germania nazionalsocialista per celebrare i centocinquanta anni della Società geografica di Francoforte e l’anno dopo (1937) di nuovo per un incontro con il Ministero delle Colonie della Germania nazionalsocialista dove tenne due discorsi in tedesco. Al contempo, nel 1937, iniziò ad insegnare Geografia politica ed economica presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pavia, entrando in contatto con Nicolò Giani presidente della Scuola di Mistica Fascista di Milano e docente di Sindacalismo e cultura corporativa presso lo stesso Ateneo e il Politecnico di Milano. Sempre nel 1937, divenne presidente dell’INCF (Istituto Nazionale di Cultura Fascista) di Pavia.

Con Fanfani e Vito frequentò l’Istituto coloniale fascista di Milano, tenendo conferenze sulle colonie e il colonialismo italiano e a partire dal 1935 assumendo la carica di direttore culturale dello stesso. Allo stesso tempo tenne una serie di relazioni sempre nel capoluogo lombardo e in altre città della Lombardia per la Scuola di Mistica Fascista, collaborando e intrattenendo relazioni politico-culturali con Giani, che rinsaldò dopo l’avvenuta nomina di quest’ultimo alla direzione del quotidiano “La Cronaca Prealpina” di Varese nel novembre del 1937.

Nel frattempo, Massi proseguì a collaborare con il suo mentore Roletto tenendo conferenze presso l’Università di Trieste, dove per un breve periodo di tempo insegnò presso la facoltà di Giurisprudenza, ancora con l’Istituto Coloniale Fascista della stessa città e in altre città dell’Italia del Nord, come Trento, Gorizia ecc. Nel 1940, partecipò al Convegno della Mistica Fascista in qualità di collaboratore della rivista della Mistica “Dottrina Fascista” e di rappresentante della rivista “Geopolitica”, fondata nel gennaio 1939 insieme a Roletto, dopo aver ottenuto il sostegno di Padre Gemelli che lo aveva inviato con una breve lettera di presentazione dall’allora ministro dell’Educazione nazionale, Giuseppe Bottai, che diede il placet alla pubblicazione del periodico. Partito volontario nel marzo del 1941 per partecipare alla Seconda guerra mondiale, venne inviato prima in Jugoslavia, come tenente dei bersaglieri e dove lavorò con l’intelligence italiana per favorire i rapporti fra italiani, tedeschi e croati, grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco e del serbo-croato. Nella Jugoslavia dell’epoca intrattenne rapporti con gli ustascia visitando anche il quartier generale di Ante Pavelic. Successivamente venne inviato sul fronte russo per favorire le relazioni con il comando tedesco della Wehrmacht. Dopo essersi distinto per coraggio e disciplina sul fronte orientale e nello scacchiere della Sicilia occidentale ricevendo tre medaglie al valor militare, nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Nel secondo dopoguerra venne epurato per aver aderito alla RSI, perdendo la possibilità di insegnare all’Università e iniziando a lavorare per l’imprenditore Pernigotti. Solo nella seconda metà degli anni Cinquanta, grazie all’interessamento di Ardito Desio, geologo e alpinista italiano, ottenne di nuovo la possibilità di insegnare presso l’Università Statale di Milano.

Nel 1946 partecipò alla fondazione del Movimento sociale italiano, soprattutto mettendo insieme le forze rimaste a Milano e in tutta la Lombardia, venendo nominato vice segretario nazionale. Negli anni successivi diede il suo apporto alla formazione dei giovani militanti e aderenti al Msi, partecipando ai campi estivi che si tenevano annualmente in Italia settentrionale (San Genesio).

Durante la sua militanza prima nel Msi, poi nel Partito nazionale del lavoro e infine in Nazione sociale, proseguì a supportare le sue tesi politiche connotate da un deciso eclettismo e da una componente culturale multiforme, che sosteneva lo sviluppo dei Nuclei Aziendali di Azione Sociale (Nadas), costituiti all’interno delle imprese dal Msi, subito dopo la nascita del partito, avvenuta il 26 dicembre 1946. Tali organismi dovevano riunire imprenditori e maestranze in un rapporto di collaborazione reciproca, in funzione del bene superiore della nazione, con evidenti analogie con la forma di governance della compartecipazione (Mitbestimmung), applicata con successo in Germania a partire dal secondo dopoguerra.

Andrea Perrone 

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX, pp. 173-177.

Per approfondire:

a Ernesto Massi è dedicata la sezione monografica Ernesto Massi tra geografia e politica in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2016-2017, XXVIII-XXIX, pp. 9-183, con contributi di Arrigo Bonifacio, Michele Pigliucci, Andrà Perrone, Lorenzo Salimbeni, Gianni Scipione Rossi, Rodolfo Sideri, Gaetano Rasi.