La biografia e il diario di Attilio Tamaro visti dalla stampa

Si torna a parlare di Attilio Tamaro: il diario di un italiano (1911-1949), il volume di Gianni Scipione Rossi pubblicato da Rubbettino con il sostegno della Fondazione. L’autore e curatore è stato ospite il 9 dicembre di Giacomo Marinelli Andreoli, direttore di UmbriaTV, sia nel Tg sia nella trasmissione di approfondimento InUmbria. Lo spunto è stato l’appunto di Tamaro relativo alla confidenza del sottosegretario agli Esteri Giuseppe Bastianini, già capo del fascismo umbro, che afferma di aver preparato una “resistenza fascista” sull’Appennino umbro-marchigiano nel caso di tracollo del regime.

Se ne è parlato anche in relazione ai rapporti di Tamaro con Margherita Sarfatti, alla quale Rossi ha dedicato il saggio L’America di Margherita Sarfatti. L’ultima illusione (Rubbettino), nel sessantesimo anniversario della morte (30 ottobre 1961) dell’eclettica intellettuale veneziana, che nel 1934, dopo il suo lungo viaggio negli Stati Uniti e il suo incontro con il presidente Roosevelt, tentò di convincere Mussolini della necessità di stringere rapporti con l’America piuttosto che con la Germania hitleriana.

All’ormai non più inedito diario dell’irredentista e diplomatico triestino, la storica Cristina Baldassini ha dedicato il saggio Né con il Re né con Mussolini: l’altra “zona grigia” nel diario di Attilio Tamaro, pubblicato nel fascicolo 2/2021 degli Annali della Fondazione (pp. 251-261).

Pubblicato a fine giugno 2021, il volume di Rossi ha avuto larghi riscontri di stampa. Il 10 luglio Paolo Marcolin, sul quotidiano triestino Il Piccolo, del quale Tamaro fu redattore, ha ricordato che <Renzo De Felice considerava Tamaro una fonte ben informata e Rossi nota che Tamaro non fu un nostalgico, ma un critico spettatore degli avvenimenti e la sua narrazione trasmette lo spirito dell’epoca>, rappresentando in fondo <una sorta di biografia della nazione>.

In effetti <quello di Tamaro – ha sottolineato Stefano Folli nel supplemento culturale Robinson della Repubblica (17 luglio) – è un viaggio nella storia italiana ed europea persino più lungo dei 38 anni che scandiscono queste pagine dense di personaggi, eventi, profili psicologici. Grande politica e vita quotidiana, entrambe giudicate con spirito critico>. La pubblicazione del volume, chiosa Folli, ha <reso un buon servizio a quanti amano la storia del Novecento>.

Nel diario – ha scritto lo storico Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera (19 luglio) – <Tamaro registra con maniacale precisione fatti ed episodi appresi direttamente o attraverso la vasta rete delle sue conoscenze (impressionante, al riguardo, l’indice dei nomi di oltre sessanta pagine preparato dal curatore, che vi ha elencato tutte le persone citate, di ciascuna indicando la qualifica), sicché il volume si presenta come una fonte di rilievo per lo studio di quattro decenni di storia italiana>, al di là dell’irredentismo, che tuttavia <fu il filo conduttore> della sua vita. Irredentismo che, dopo la seconda guerra mondiale, si trasfigurerà in neo-irredentismo, con Tamaro impegnato su ogni fronte per il ritorno della sua Trieste all’Italia, come ha evidenziato al Tg2 (23 giugno) Gianni Scipione Rossi, intervistato da Adriano Monti BuzzettiDelle radici triestine e istriane di un uomo di cultura, amico tra l’altro, del poeta Umberto Saba, ha parlato Francesca Vigori nell’intervista per la Tgr Rai del Friuli Venezia Giulia (21 agosto).

Per quanto concerne il diario, Belardelli ha sottolineato come <certe parti – ad esempio, il resoconto di un viaggio a Mosca nel 1934, le pagine sulla città di Roma occupata dai tedeschi e poi liberata dagli Alleati – si facciano apprezzare anche per l’immediatezza di alcune descrizioni e per la qualità della scrittura>.

Dal volume – ha notato lo storico Alessandro Campi su Il Messaggero (7 agosto) – si <ricavano […] frammenti di vita e di storia di assoluto interesse, nella lunga transizione dall’implosione dell’impero austroungarico alle convulsioni dell’Italia liberale, dall’avvento, consolidamento e crollo del fascismo alla nascita della Repubblica: quattro regimi, quattro epoche, che Tamaro ha attraversato tenendo sempre la penna in mano, osservando con curiosità, avendo la fortuna di conoscere e incontrare tutti o quasi: da Joyce a Mussolini, da Margherita Sarfatti a Umbero Saba, da Camillo Castiglioni […] a Galeazzo Ciano>.

<Rossi, nel saggio introduttivo, – nota ancora Campi – spiega bene la natura del fascismo di Tamaro. Uomo d’ordine di formazione mitteleuropea, non credette mai agli impulsi rivoluzionari e misticheggianti di Mussolini. Vide il fascismo come un fenomeno tipicamente italiano, che non si poteva esportare>.

Hanno dato notizia della pubblicazione del volume i siti della Lega Nazionale di Trieste, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e di Arcipelago Adriatico, e inoltre i quotidiani online umbri PerugiaToday (3 giugno), La Notizia Quotidiana (3 giugno) e TrgMedia (29 luglio). Quest’ultimo ha appunto evidenziato una annotazione del diario relativa a un’inedita iniziativa di “resistenza fascista” in caso di sconfitta dell’Asse, rivelata a Tamaro – come si è detto – nel marzo del 1943 dal perugino Giuseppe Bastianini.

Scrivendone su Il Foglio quotidiano (16 settembre), Vincenzo Pinto rileva che <la triestinita’ del biografato è elemento spesso richiamato dal curatore, perché il principale porto asburgico rappresenta un luogo di incontri, scontri e di “ibridazioni” far diverse temperie culturali del mondo mitteleuropeo e mediterraneo>. <Abile scrittore e giornalista>, <il lungo diario di Tamaro – sottolinea Pinto – contiene resoconti di incontri, discussioni e anche commenti personali sulle vicende più o meno elevate della politica italiana (e non) del periodo fascista. La tempra morale dell’uomo ci sembra l’aspettò su cui il curatore ha tentato di focalizzarci. Non parliamo di “umanità” e “coerenza”, ecc., quanto della capacità di mantenere la barra a dritta in anni molto difficili e tormentati della storia italiana>.

Nel segnalare il volume, Libero Quotidiano (24 settembre), evidenzia la complessa biografia dell’irredentista Tamaro e l’ampia rete dei suoi rapporti, <da Giolitti a Salandra, da D’Annunzio a Mussolini, da Grandi a Federzoni, da Balbo a Bottai>.

<Frutto di attente ricerche archivistiche e di uno scandaglio approfondito della letteratura memorialistica e storiografica – sottolinea lo storico Francesco Perfetti su Il Giornale (25 settembre) – il saggio di Gianni Scipione Rossi è un contributo importante per la conoscenza di un tipico intellettuale del mondo irredentista e nazionalista ma è, al tempo stesso, lo strumento migliore per introdurre la lettura del diario di Tamaro>.
Quanto al diario, scrive Perfetti, si tratta di <un documento fondamentale paragonabile, per la mole delle notizie e l’acutezza delle analisi, ad altri diari di gerarchi e personalità politiche, a cominciare da Ciano e Bottai>. <L’autore – pervaso dalla passione irredentistica è diviso tra giornalismo, ricerca storica e attività diplomatica – attraversò, si è detto, anche da protagonista, oltre che da osservatore, le fasi più significative del Novecento e, in particolare, gli anni di quel fascismo del quale, nel dopoguerra, si fece storico. Le sue annotazioni mettono dapprima in luce l’entusiasmo di un nazionalista, quale egli era, di fronte ai successi del fascismo in politica estera e in politica interna, ma poi, andando avanti nel tempo, descrivono in maniera impietosa il declinare del regime a causa di scelte sbagliate e l’affievolirsi del consenso>. Perfetti evidenzia un passaggio importante del diario, che riguarda i rapporti tra fascismo e nazismo: <Sono stato sempre contrario – scrive Tamaro – all’identificazione del fascismo con l’hitlerismo e ho sofferto quando ho veduto che per quella identificazione si faceva all’amore e non politica con la Germania>.

Ecco i servizi televisivi sul volume del Tg2, della Tgr Rai FVG, di UmbriaTV, e il video della presentazione romana del 24 giugno 2021.

https://www.youtube.com/watch?v=m5MBjkrahqE&t=7s

https://www.youtube.com/watch?v=ZkfgLQ_Itr4&t=24s

https://www.youtube.com/watch?v=MA3Eu0HhFa8&t=16s

https://www.youtube.com/watch?v=yJVKg0KBkE0

 

In libreria il diario inedito di Attilio Tamaro

Curato da Gianni Scipione Rossi, che ne ha scritto la biografia, è in libreria il diario inedito di Attilio Tamaro, conservato nell’archivio della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Il volume è pubblicato da http://www.rubbettinoeditore.it, con il sostegno della Fondazione.

Scheda

Triestino di origine istriana, giornalista, storico, diplomatico, Attilio Tamaro (1884-1956) è stato uno dei massimi protagonisti dell’irredentismo giuliano. Autore prolifico di saggi storici e politici, ha lasciato inedito il suo diario privato, che si sviluppa dalla Trieste austroungarica del 1911 alla guerra vinta, attraversa il fascismo per superare la fine del regime e affacciarsi nella guerra civile e nella ricostruzione. Un grande e intenso affresco – privo di filtri – su quasi quarant’anni di storia italiana ed europea.
Di cultura nazional-patriottica, monarchico, volontario nella Grande Guerra, teorico del nazionalismo, aderì al fascismo nel 1922. Contrario all’antisemitismo, fu espulso dal Pnf nel 1943, non aderì alla Rsi e da neo-irredentista tornò a difendere l’italianità di Trieste e delle terre adriatiche.
Nel diario le sue analisi, i retroscena politici e gli incontri con centinaia di persone, da Giolitti a Salandra, da D’Annunzio a Mussolini, da Grandi a Federzoni, da Balbo a Bottai. E ancora, intellettuali, politici e diplomatici incrociati nel suo peregrinare tra Trieste, Roma, i Balcani, Vienna, Parigi, Londra, Fiume, Amburgo, Helsinki, Mosca, Leningrado e Berna.
Il diario è introdotto da una biografia basata sullo scandaglio di documenti e carteggi, presenti in diversi fondi archivistici. Ne emerge la complessa e tormentata personalità di un uomo di grande cultura, capace di dialogare a tutto campo. Margherita Sarfatti così gli dedica il suo Dux: «Ad Attilio Tamaro, italianissimo figlio di Trieste, nel nome di Trieste, madre della mia madre, offre con amicizia». «Ho letto – scrive Tamaro a Umberto Saba – le tre poesie con eguale piacere: mirabile mi sembra “La preghiera dell’angelo custode”, dove l’episodio è ricordato con arte purissima ed è poi elevato a una vasta significazione. Attendo vivamente l’annunciato volume di poesia».
Tamaro è in relazione con tutti i protagonisti dell’irredentismo triestino, istriano e dalmatico, in particolare Camillo Ara, Mario Alberti, Giorgio Pitacco, Salvatore Segré Sartorio, Fulvio Suvich, Francesco Salata. Intensi i suoi rapporti con Eugenio Balzan, Camillo Castiglioni, Francesco Coppola, Mario Missiroli, Giuseppe Volpi di Misurata. Feroci le sue critiche a Galeazzo Ciano – «satrapo orientale» – e a Mussolini che, dopo averlo ammirato, quando nasce la Rsi definisce «il farneticante di lassù».
Nella biografia emerge anche la figura del figlio di Tamaro, Tullio, che nel 1942 entra nel Pci clandestino milanese e con Emilio Sereni rappresenterà il partito nel Cln regionale lombardo.

Gianni Scipione Rossi, Attilio Tamaro: il diario di un italiano (1911-1949), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2021, pp. 1066, €49,00 (ISBN 978-88-498-6613-1)

Gianni Scipione Rossi, giornalista, ha diretto l’informazione parlamentare della Rai, il Centro di formazione e la Scuola di giornalismo di Perugia. È vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e ne dirige gli “Annali”. Tra i suoi libri: Cronache del virus (2020); Lo “squalo” e le leggi razziali (2017); Storia di Alice (2010); Cesira e Benito (2007); Il razzista totalitario (2007); Mussolini e il diplomatico (2005); La destra e gli ebrei (2003); Alternativa e doppiopetto (1992); Una scommessa per l’Europa (1987). Ha curato, tra gli altri, l’inedito Filosofia della grande civilizzazione di Ugo Spirito (2019); Ospedale da campo di Filippo Petroselli (2017); L’Islam e noi (2002).

 

 

Costruzione di una tradizione: l’Aeronautica militare e la nascita di un pantheon mitopoietico (1923-1937)

di David Rettura

//L’Aeronautica è impegnata sin dalla sua fondazione, nel 1923, in un compito tutt’altro che marginale per una forza armata: tra i suoi ranghi vi è una sicura e precoce consapevolezza di dovere costruire un sistema di miti e tradizioni che possano stare a supporto dei valori che essa ha scelto di veicolare; nel caso particolare dell’Arma Azzurra questi sono poi contigui a quelli del governo dell’epoca. Tutto questo avviene principalmente attraverso l’utilizzo della tradizione maturata dagli aviatori italiani durante la Prima Guerra Mondiale, quando ancora facevano parte dei ranghi dell’Esercito e della Marina, e di questa tradizione la punta di diamante era rappresentata dalla figura di Francesco Baracca, che degli aviatori italiani era stato il più famoso; non mancarono però i tentativi di costruire una mitologia del tutto autonoma e questi proseguirono sino alle soglie del secondo conflitto mondiale.
Il bisogno di statuire il carattere di nazionalità e necessità dell’arma aerea è sentito da subito e lo fa Rodolfo Gentile, allievo dell’Accademia, sulle pagine della «Rivista Aeronautica» nell’agosto del 1925, quando affidando alla penna le sue riflessioni di giovane militare si lascia andare all’epica perché

<si è accoppiata alla conquista dell’aria qualche cosa di non meno sublime: la Patria. E, sorella ultima ma non meno gagliarda delle altre armi, l’Aeronautica vola per i nostri colori, per la difesa delle nostre città, ed il rispetto della nostra Nazione, per la nostra vittoria immancabile>

e risulta evidente che le imprese militari aeronautiche

<hanno motivi lirici superbi, che nelle guerre moderne non si incontravano più. Prima degli ”Assi” luminosi nella loro aureola di gloria, bisognava cer- care spunti di eroismo nelle gesta dei cavalieri senza macchia, fra i puri eroi cristiani del lontano medio evo, o piuttosto fra gli eroi omerici dell’Ellade antica, i quali più si avvicinano nella loro compiuta perfezione eroica ai volatori di oggi>.

Ancora più importanti le parole che compaiono nel dicembre del 1925 sulla «Rassegna Italiana», e che vengono ripubblicate sulla «Rivista Aeronautica» con il titolo L’arma dell’aria: portano la firma di Ruggero Piccio, che era all’epoca Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica ed era stato nel conflitto mondiale tra gli Assi.

[…]

Il saggio integrale in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2012-2013, a. XXII-XXIII, pp. 49-67.

La guerra rivoluzionaria di Ugo Spirito

L’inedito pubblicato nel 1989

di Rodolfo Sideri

//Nel suo Diario 1935-1944, Bottai racconta che il 29 novembre 1941, Mussolini gli restituì un dattiloscritto di Spirito intitolato Guerra rivoluzionaria, esprimendo un giudizio sostanzialmente critico: «Lo trova intelligente, ma contraddittorio» per la distinzione borghesia-proletariato e indicava il punto debole della tesi laddove, riconosciuta l’ineluttabilità dell’egemonia tedesca, additava all’Italia il compito di mitigarla in un teatro bellico dove i metodi tedeschi – diceva Mussolini – erano sotto gli occhi di tutti e l’Italia arrancava dietro l’alleato. Era significativo che il testo di Spirito fosse presentato al Duce da Bottai, mentore del filosofo insieme a Gentile, o addirittura sia stato da lui commissionato. Il gerarca era colui che maggiormente si stava spendendo, tanto con la sua azione di ministro dell’Educazione Nazionale quanto come direttore di «Critica fascista» e «Primato», per coinvolgere e mobilitare gli intellettuali. Un’azione che richiedeva di spostare sul terreno culturale il conflitto in atto e quindi ideologizzarlo e trasformarlo in un cambiamento storico che era compito degli intellettuali discutere se non determinare.

Giuseppe Bottai

Ugo Spirito era forse l’esempio paradigmatico di come Bottai intendesse la figura dell’intellettuale, costantemente volto a dare all’analisi dei fenomeni storico-politici in atto un’impostazione idealistica. Del resto, lo stesso Spirito, nella sua autobiografia intellettuale, afferma che il fascismo «non spunta all’improvviso come un fungo imprevisto, ma è il frutto di un lungo processo […]. Possiamo dire che le sue radici sono nei principi del nuovo idealismo italiano, in antitesi col vecchio positivismo». Addirittura, la fondazione del fascismo viene dal filosofo retrodatata al gennaio 1918, quando Giovanni Gentile iniziava la docenza all’università di Roma con la precisa intenzione di educare i suoi studenti alla coscienza storica del passato della storia nazionale e alle esigenze del presente, in modo da consentire loro di sviluppare la fede nell’idea di nazione, fuoriuscendo dall’inautenticità di una vita dominata dall’egoismo e dall’utilitarismo individuale. Anche per Spirito, dunque, il fascismo non era derubricabile a mera reazione alle violenze del biennio rosso, rappresentando piuttosto un’esigenza storica della vita nazionale. Spirito non ripudia l’entusiastica adesione a questo fascismo, nutrito di idealismo e validato da una riforma della scuola che diede all’idealismo una sorta di monopolio ideologico all’interno della nuova èra che si apriva. Le cose cominciarono a cambiare con i Patti Lateranensi, in virtù dei quali «l’attualismo veniva negato in forma perentoria e a tempo indeterminato>.

[…]

Il saggio completo in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. XXX, 2018, pp. 95-110.

 

Camillo Castiglioni, vita spericolata nei marosi del Novecento

Gianni Scipione Rossi, Lo “squalo” e le leggi razziali. Vita spericolata di Camillo Castiglioni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017

//Chi sa chi era Camillo Castiglioni? Probabilmente quasi nessuno. Ma al suo tempo, cioè nella prima metà del secolo scorso, era uno dei più noti finanzieri internazionali. Ebreo e triestino aderì al fascismo; dopo la caduta della monarchia asburgica – cui aveva fornito gran parte degli aeroplani impiegati durante la guerra – divenne il principale operatore nelle borse mitteleuropa e uno dei più importanti suscitatori di iniziative industriali; dopo la Seconda Guerra Mondiale mediò il primo grosso prestito occidentale alla Jugoslavia di Tito, ma dovette farle causa (in Italia) per ottenere il pagamento della provvigione.
Il titolo del libro di Gianni Scipione Rossi è dovuto al fatto che, malgrado avesse i titoli (e i meriti) per essere “discriminato” (cioè sottratto alle limitazioni persecutorie inflitte agli ebrei italiani) non lo fu. Ma, anche non essendolo, il suo attento biografo ci ricorda come, perfino nell’Italia occupata dai nazisti, si muovesse indisturbato, dalla sua base di S. Marino dove viveva in convento sotto gli abiti di frate. Dato che non rinunciava agli agi e alle comodità da grande capitalista, sotto i sandali portava calze di seta di ottima qualità; i sanmarinesi, ridendo sull’improbabile mascheratura, lo avevano so- prannominato “il frate con le calze di seta”.
Proprietario (tra l’altro) della Bmw fece affari con Göring, Ciano e forse Mussolini. Al Duce consigliò di tenersi fuori dalla guerra e suggerì che, a un’Italia neutrale, gli Usa avrebbero riservato un ruolo privilegiato (in particolare sul piano economico). La lettura, chiara e scorrevole, della biografia di Castiglioni è interessante perché piena di accadimenti, contraddizioni, e si dipana in un versante decisivo della storia moderna.
Per il lettore di oggi occorre selezionare gli spunti più interessanti per orientarsi: in particolare nella contemporaneità e tra i luoghi comuni spesso ripetuti. Ad esempio la convinzione che sia l’economia a determinare la politica. Il potere politico è un elemento della vita pubblica, il cui compito – ancor più da quando è organizzato in Stato sociale – è (sostengono tanti) di servire l’economia, e quindi di obbedirle. Ma, nella realtà, politica ed economia non sono separabili né graduabili. Direbbe Freund perché ambedue sono essenze e quindi irriducibili l’una dall’altra. Sono aspetti dell’(unica) esistenza umana. La vita di Castiglioni lo dimostra: il finanziere si muoveva (altrettanto bene) sia sul piano politico che su quello economico e non trascurava mai l’uno rispetto all’altro. Sia che si trattasse di industrie in cui investire, sia di nuove iniziative da prendere, o consigli da dare ai politici, le intuizioni e le azioni del finanziere valutavano sempre ambedue gli aspetti, le reciproche connessioni e gli effetti. Come ad esempio, consigliando a Mussolini di tenere l’Italia neutrale, ne sottolineava i benefici economici derivanti, specialmente dagli Usa.
L’altro, e connesso, che economia e politica sono collegate e reciprocamente influenti, di guisa che un obiettivo può – spesso – essere raggiunto con mezzi economici o politici (o con entrambi). Anche se poi, aggiungiamo noi, l’elemento decisivo è quello politico. Tra i molti episodi della vita di Castiglioni, è la lezione che si può ricavare (in particolare) dall’ultimo: l’aiuto dato alla Jugoslavia. Se Castiglioni non fosse riuscito in quello in cui stava fallendo la nomenklatura comunista (delle cui capacità “economiche” Tito, giustamente, si fidava poco) la Jugoslavia sarebbe stata costretta a rientrare nell’orbita sovietica, un po’ come, qualche anno dopo, capitò all’Egitto di Nasser che si rivolse alla Russia dopo il diniego anglo-americano di finanziare la diga di Assuan.

Camillo Castiglioni

Il trattamento poi praticato a Castiglioni nell’Europa dell’Asse è ancor più sorprendente: data la notorietà del personaggio, che si muovesse e facesse affari nel mentre i suoi correligionari erano deportati, corrobora quanto scriveva Orwell sul principio di eguaglianza (lì nel comunismo sovietico): che tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Per cui si deroga alla regola, talvolta a favore, talaltra contro. Per fortuna di Castiglioni, a suo beneficio. D’altra parte, anche in Germania, s’ironizzava su (almeno) due personaggi dell’olimpo nazista chiamandoli “ariani per ordine di Hitler”: il ministro dell’economia Schacht (che aveva una nonna ebrea) e il maresciallo von Manstein (in effetti nato Lewinsky, poi adottato); i quali ciò nonostante ebbero ruoli rilevantissimi (e capacità proporzionate) nel governo e nell’esercito tedesco.
Per cui, specie quando riguarda i ruoli pubblici, sembra di poter dedurre che la regola da applicare è quella di Deng Xiaoping, che non importa il colore del gatto, ma che acchiappi i topi. E Castiglioni, come Schacht e von Manstein, dimostrò di saperli acchiappare. Diversamente da certi personaggi dell’Italia contemporanea, che, in economia e in politica, hanno dimostrato ripetutamente di essere stati scelti non per le capacità e competenze, ma per il colore o l’albero genealogico (o altro). Non si spiega altrimenti, nella cronaca attuale, come la più antica banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena, sopravvissuta alla caduta di Siena, a quella dei Medici, degli Asburgo-Lorena, dei Savoia e del fascismo, rischi di estinguersi con la repubblica “nata dalla resistenza” e continui ad operare solo a prezzo di aiuti a carico dello Stato e quindi dei contribuenti. Banca che un tempo finanziava gli Stati, e ora vive della loro elemosina.

Teodoro Katte Klitsche de la Grange

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2016-2017, XXVIII-XXIX

 

25 luglio 1943: l’impossibile verità e la percezione dei contemporanei

La Sala del Pappagallo
(Archivio Fotografico Polo Museale
Roma – Fondo Hermanin)

di Gianni Scipione Rossi

//In Rosso e Nero Renzo De Felice definì “romanzo di Benito” l’insieme delle ricostruzioni – vere, verosimili, palesemente false – che per decenni hanno alimentato una corposa letteratura intorno alla morte di Mussolini. Di questo “romanzo” – o se si vuole di un altro “romanzo di Benito” – può essere considerata parte l’altrettanto ampia letteratura relativa al crollo del regime fascista, cioè alla preparazione e allo svolgimento della seduta del Gran Consiglio che ebbe luogo nella sala del Pappagallo di Palazzo Venezia tra il pomeriggio del 24 e la notte del 25 luglio 1943, con l’appendice dell’incontro di Mussolini con Re Vittorio Emanuele III, la nomina di Badoglio a Capo del Governo e l’arresto dello stesso Mussolini.

Di “romanzo” si può in qualche modo parlare perché gli storici si sono dovuti confrontare con due ostacoli insormontabili. Come è noto della seduta del Gran Consiglio non fu redatto verbale, che comunque era sempre stato molto stringato. D’altro canto il colloquio tra Mussolini e il Re a Villa Savoia avvenne senza testimoni, salvo l’aiutante di Campo di Vittorio Emanuele generale Puntoni, che tuttavia si limitò ad ascoltare con difficoltà da dietro una porta. Origliando, si potrebbe dire. <Il colloquio è breve, ma non sarà mai possibile ricostruirlo nei suoi termini esatti>, ammetteva Domenico Bartoli nella sua biografia del Re fin dall’aprile 1946. E così è stato.

Tutto ciò che è stato scritto su quelle 24 ore cruciali per la storia d’Italia si basa non su resoconti oggettivi, bensì sulle memorie divulgate a posteriori, in tempi diversi, dai protagonisti – Mussolini compreso –, da comprimari o da persone in qualche modo a loro legate, spesso sulla base di vere o presunte testimonianze prive di riscontri documentali. Per quanto concerne il Gran Consiglio, come ha confermato Emilio Gentile in una preziosa ma fatalmente non conclusiva indagine comparativa, <cosa veramente accadde in quelle dieci ore, prima della votazione finale, è tutt’ora avvolto nell’incertezza di testimonianze contraddittorie>.

Rimane dunque insuperata la ricostruzione di Renzo De Felice dei fatti accertati e del quadro politico d’insieme in cui maturò il crollo del regime fascista. Approssimativi restano i dettagli. Il che può apparire un paradosso storiografico se si ha presente come gli accadimenti del 25 luglio abbiano suscitato un comprensibile immediato e generale interesse negli italiani, e di conseguenza abbiano prodotto un fiorire incontenibile di pubblicistica. <I primi resoconti abbastanza ampi sulla seduta del Gran Consiglio – sottolinea De Felice – apparvero nella “Nueu rcher Zeitung” del 16 agosto 1943, successivamente pubblicato in Italiano col titolo 25 luglio 1943. L’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo (s.l. e d.), e nella “Gazzetta Ticinese” del 9 settembre 1943>. Testi semplicemente rimaneggiati apparvero in contributi posteriori. Per quanto concerne la produzione italiana, De Felice segnalava <una pubblicistica coeva in genere poco o per nulla attendibile>. Ma tuttavia assai numerosa e capace di circolare ampiamente tra un pubblico affamato di notizie e retroscena. <Così come quella straniera, alla quale talvolta si rifà, questa pubblicistica – avverte De Felice è quasi sempre caratterizzata da un tono generale e da particolari drammatico-granguignoleschi del tutto fantastici: Mussolini che avviandosi alla riunione dice a Scorza “andiamo nella trappola” e che a un certo punto della seduta sussurra al segretario del partito “forse dovrò darvi l’ordine di arrestare questi messeri; e, ancora, Mussolini che cerca di scagliarsi contro Grandi ma è trattenuto da Scorza e Galbiati; Bottai che lo chiama “pagliaccio” e fa pesanti allusioni alle “sorelle Petacci” e a Magda Fontanges; Mussolini e De Bono (che a un certo punto estrae la pistola) che si scambiano reciprocamente accuse di tradimento; Marinelli che rinfaccia a Mussolini l’uccisione di Matteotti; Grandi che si è portato due bombe a mano e ne passa una a De Vecchi (che proclama di aver preveduto nel 1934 la rovina alla quale Mussolini avrebbe portato l’Italia); Pareschi che agli attacchi contro Mussolini sviene; Farinacci che a un certo punto della seduta fugge; Grandi e Federzoni che appena finita la riunione si recano dal re; ecc.>.

D’altronde le fonti erano – come si è detto – poche e scarsamente affidabili. Si pensi che nel notissimo discorso che il maresciallo Badoglio tenne agli ufficiali a San Giorgio Jonico il 18 ottobre 1943, lo stesso neo presidente del Consiglio sostiene che <La mattina del 25 luglio Mussolini si presentò a Villa Savoia a S. M. il Re e comunicò la mozione del Gran Consiglio>. Nella mattina, dunque, e non nel pomeriggio come fu nella realtà. Nella prima ricostruzione svizzera si afferma che il ministro della Real Casa Acquarone chiamò tre volte Mussolini, dalla mattina del 25, per chiedergli di andare a conferire con il Re. Un particolare che non ha mai avuto riscontri.

Solo nel giugno-luglio 1944 Mussolini pubblica la sua “verità” – la Storia di un anno – sul “Corriere della Sera”: una serie di articoli poi raccolti in un supplemento al quotidiano in agosto e, a novembre, nella prima edizione Mondadori. Mentre il primo memoriale Grandi – sei articoli scritti a Lisbona – apparve in Italia in una edizione Documenti nel gennaio 1945.

Tra i fascicoli coevi citati da Renzo De Felice, il più elaborato ma non per questo attendibile – è forse quello intitolato Dal 25 luglio al 10 settembre. Nuove testimonianze, privo di autore e di editore, ma che risulta stampato in Roma il 31 agosto 1944 nella tipografia S.A.I.G. Una prima edizione risulta curiosamente e forse solo formalmente stampata il 1° gennaio 1944. Entrambe hanno una copertina e un frontespizio interno. Nella prima edizione la copertina reca il titolo dal 25 luglio al 10 settembre. Nella seconda il titolo è semplicemente dal 25 luglio. In entrambi i casi il sottotitolo esterno recita: un organico complesso di documenti editi ed inediti sulla seduta del Gran Consiglio, l’arresto e il “prelievo” di Mussolini, e l’abbandono di Roma.

Misterioso resta l’autore. Una breve prefazione (non aggiornata tra gennaio e agosto) è firmata con le iniziali G. M. L’ignoto prefatore avverte correttamente e lucidamente che <gli avvenimenti italiani che vanno dal 25 luglio all’8 settembre 1943 sono tanto vicini a noi, e non ancora per così dire “scontati”, che difficile riuscirebbe volerli inquadrare nella storia. È per questo che le pagine che seguono altro fine non hanno se non quello di una cronaca pura e semplice, una cronistoria degli avvenimenti secondo le fonti sin’ora apparse, fonti per lo più incrinate da preconcetti di parte o sfasate da interessi di singoli>. Le identità di autore e prefatore restano per ora ignote. Potrebbero essere la stessa persona, ma non vi è alcun indizio in questo senso. G. M. potrebbero essere le iniziali di tale Giulio Mariotti, che ha firmato un fascicolo Verità sugli avvenimenti del 25 luglio e 8 settembre 1943, stampato nel 1946 nella tipografia Pozzolini di Livorno. Ma si tratta di una semplice congettura.

D’altronde, in quei mesi, e per qualche anno, prodotti editoriali di questo tipo – sempre presentati come una più vera verità – spesso sono non firmati o firmati con pseudonimi. Gli autori sono altrettanto spesso giornalisti che, nel trapasso di regime, hanno difficoltà a conservare il posto di lavoro o a trovarne uno nuovo. E si dedicano a questi lavori per integrare o garantirsi un reddito. Utilizzando lo stile dell’indagine scandalistica che caratterizzerà per anni, su questi temi, i diffusissimi rotocalchi.

Talvolta – e riguarda non solo la pubblicistica minore – vi sono anche ragioni di opportunità politico-editoriale. Si pensi al caso del volume agiografico Io difendo la monarchia, pubblicato nel marzo 1946 a firma di Pietro Silva (Parma, 1887 – Bologna, 1954), in vista del referendum istituzionale, ma in realtà commissionato da Alberto Bergamini e Mario Missiroli e scritto – come ha scoperto e spiegato Francesco Perfetti – non dallo storico Silva, bensì dal giornalista Ugo D’Andrea (L’Aquila, 1893 Roma, 1979), che già nel 1945 aveva utilizzato uno pseudonimo – Filippo Giolli – per firmare Come fummo ridotti alla catastrofe.

Una curiosità ulteriore riguarda l’editore del volume“monarchico”, stampato nella tipografia Novissima perdf de Fonseca Editore in Roma”, cioè da Giorgio de Fonseca. Figlio dell’intellettuale anglo-italiano Edoardo de Fonseca, profeta del modernismo d’inizio secolo con le riviste “Novissima” e “La Casa”, era sposato con la marchesa Angela d’Albertas, cugina dei Calvi di Bergolo. Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, marito di Iolanda di Savoia, era il genero di Vittorio Emanuele III. Un editore di estrema fiducia, dunque. E questo non sorprende. Ma Giorgio de Fonseca, fino al crollo del regime, con la sua Novissima, pubblicava i discorsi di Mussolini. Poi, nel febbraio 1945 dà vita alle Nuove Edizioni Italiane con Enrico Falqui, che dirige i trimestrali letterari “Poesia” e Prosa”. Nel maggio 1945 pubblica il fascicolo anonimo L’ultima ora di Mussolini, sulla cui fine si scrive che è stata <orrenda ma… meritata>. Nello stesso periodo la sorella di Giorgio, Alice de Fonseca, è ancora rifugiata a Lezzeno, sul lago di Como, dopo aver raggiungo Mussolini nella Repubblica Sociale. Alice de Fonseca era stata fin dal 1923 amante del duceforse padre di due dei suoi tre figli – e non aveva mai interrotto il rapporto. Grazie al quale, dopo vari rovesci di fortuna, riusciva anche a garantire al fratello la committenza pubblica per Novissima.

Vite e storie che si intrecciano. E che spiegano e giustificano gli pseudonimi. Come un Lorenzo Barbaro, citato dall’ignoto autore di dal 25 luglio al 10 settembre come fonte autorevole, poiché <cela la personalità di un giornalista molto noto>. Il riferimento è all’articolo “La giornata degli inganni”, apparso sul quotidiano“Risorgimento Liberale” il 25 luglio 1944. Che tuttavia contiene almeno un errore, perché indica in 45 minuti la durata del colloquio tra Mussolini e il Re a villa Savoia, piuttosto che in soli 20 minuti, come sembra accertato da successive convergenti testimonianze.

Siamo ancora nel campo delle congetture. Ma non è improprio immaginare che la citazione del <giornalista molto noto> sia una civetteria destinata a chi – e non era difficile per i contemporanei – ben conosceva l’identità celata: una sorta di compiaciuta autocitazione. Lorenzo Barbaro non era che lo pseudonimo del giovane Domenico Bartoli (Torino, 1912 Roma, 1989), da tempo collaboratore del “Corriere della Sera” e tra i fondatori di “Risorgimento Liberale”. Il futuro direttore del “Resto del Carlino” e de “La Nazione” scriveva corrispondenze per il Corriere dall’Italia occupata. Ma fu tra i primi a tentare di chiarire i misteri del 25 luglio, come ebbe a ricordare Enzo Forcella: <Un giorno sulla prima pagina del Corriere della Sera appare una particolareggiata ricostruzione di come erano andate effettivamente le cose nella famosa riunione del Gran Consiglio. [] Quali che fossero le sue fonti, comunque, per noi giovani nutriti sino ad allora con le veline del regime fu una grande lezione di giornalismo>. Il pezzo era uscito il 18 settembre 1943 con il titolo “Il 25 luglio a Villa Savoia”. Con lo pseudonimo Lorenzo Barbaro, svelato da Gerardo Nicolosi, Bartoli firmò nel luglio dell’anno successivo su “Risorgimento Liberale” l’articolo citato nel fascicolo anonimo. Tra il primo e il 19 agosto dedicò sullo stesso quotidiano quattro puntate al tema “Come si giunse al 25 luglio”. Materiali ancora grezzi, poi affinati nella sua biografia di Vittorio Emanuele uscita per Mondadori nell’aprile del 1946.

La diffusione degli anonimi e degli pseudonimi – e anche delle rifusioni da una sede all’altra di presunte scoperte giornalistiche – non consente, almeno per ora, di attribuire la paternità del fascicolo prefato da M.C. a Domenico Bartoli. Sarebbe, peraltro, solo una curiosità storiografica, anche se ulteriormente rivelatrice di come fosse in ebollizione e in perpetuo movimento l’ambiente giornalistico italiano nel lungo passaggio dal regime fascista alla Repubblica. Un mondo, come si è detto, che tentava con gli strumenti a disposizione di costruire una narrazione capace di rispondere alle domande che si poneva la gente comune.

[…]

Testo completo di riferimenti bibliografici e documento allegato in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX, pp. 201-218.

 

Quella “macchina imperfetta” che volle illudersi “totalitaria”

Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018//

Nel sottolineare l’inadeguatezza di una storiografia del fascismo in parte influenzata dal “senno del poi”, Domenico Settembrini evidenziò la contraddizione insita nell’inversione logica tra causa ed effetto. Nell’assumere dunque l’effetto come evidenza incontestabile della causa. Ne derivano numerosi paradossi. Tra questi: «Il fascismo ha, dopo il 1925, istituito uno Stato totalitario? Dunque, era nato proprio per fare questo». Ma lo Stato totalitario che il fascismo avrebbe immaginato, o sperato, o tentato, di fondare, quale si presenta – pur con alcune significative problematicità, in primis la persistente diarchia al vertice di tale Stato – quasi al termine del ventennio mussoliniano, alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu l’esito di un articolato, coerente e razionale progetto di sostituzione radicale dell’assetto dello Stato liberale? Nella sostanza, fu una vera rivoluzione? E fu subito regime, per dirla con Emilio Gentile?
Interrogativi non banali alla luce della ampia e profonda ricerca condotta da Guido Melis sulla storia dello Stato attraverso il fascismo. Con la capacità di scavo e di analisi tipica dell’autore, La macchina imperfetta fornisce risposte esaurienti quanto spesso sorprendenti e si pone, come ha notato Sabino Cassese, «a pieno titolo accanto all’altro grande studio sul fascismo, la biografia mussoliniana di Renzo De Felice».

Se si volesse individuare un paradosso simbolicamente molto significativo dell’imperfezione della “macchina” fascista, tra i tanti, potrebbe essere scelta la stessa qualifica di “Duce” che nel Ventennio viene attribuita al dittatore. Ma il titolo di Duce riservato a Mussolini era tale solo nel contesto della militanza fascista, dunque titolo con enfatica valenza politica, oppure aveva sostanza istituzionale e rilevanza giuridica? La vicenda è particolarmente complessa e tradisce la travagliata evoluzione dello Stato nel fascismo verso l’approdo in un regime totalitario a tutti gli effetti. Il costituzionalista Giuseppe Volpe, ricorda Melis, ha rivelato che il titolo, riferito a Mussolini, «appare per la prima volta in un atto governativo ufficiale nella circolare del 19 settembre 1923 inviata dal ministero dell’interno-comando generale della Milizia […] ai comandanti di zona». Ma in realtà, sul piano giuridico costituzionale, Mussolini non è Duce, bensì Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. Dunque, mentre il regime procede per tappe successive e non senza ambiguità a includere nello Stato la Milizia, il Partito, il Gran Consiglio, resiste a lungo una sorta di vita parallela del fascismo e dello Stato, che si manifesta persino nella percezione del capo, come se si trattasse, appunto, di confluenza nella medesima persona di due realtà separate. Sull’esempio dei regni che attribuiscono allo stesso sovrano due corone che di per sé non determinano l’unità dei due Stati. Solo nel decreto legge del 1937 che istituisce la Gioventù Italiana del Littorio appare la definizione “Il Duce, Primo Ministro e Segretario di Stato”, in luogo di Capo del Governo. E solo nel 1939, con una circolare, si impone che sia utilizzata, «nelle premesse dei Regi decreti, nelle intestazioni dei decreti del DUCE [che diventa a questo punto tutto maiuscolo] e in ogni norma contenuta in leggi o decreti», la dizione “DUCE del Fascismo Capo del Governo”.
Mussolini Duce in ritardo, dunque. O, se si vuole, Duce con riluttanza, come se il capo del fascismo non avesse ben chiara la volontà di fare dello Stato governato dal fascismo uno Stato integralmente fascista. Contestualmente, nella Germania nazista, il titolo di Führer attribuito a Hitler assume immediatamente un valore ufficiale e indica il Capo del Governo.
La travagliata sorte della definizione di Mussolini come Duce non è solo una curiosità storiografica, un particolare marginale. Questo camminare a tentoni, tra strappi, frenate, accelerazioni, scarti laterali, è tipico – come Melis mostra efficacemente – di tutto il percorso di costruzione dello Stato che si vorrebbe totalitario. Attiene al processo di formazione delle leggi, alla modificazione del ruolo del Consiglio dei Ministri, che perde di rilevanza solo dopo il 1928, ai poteri dei Sottosegretari, ai rapporti tra il Partito e lo Stato, sia al centro sia in periferia. Riguarda teoricamente e praticamente il confronto tra il diritto di tradizione liberale e il “nuovo diritto” che avrebbe dovuto testimoniare e sostanziare l’avvenuta rivoluzione politica. Riguarda il cangiante ruolo del Parlamento, progressivamente emarginato, fino alla sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei fasci e delle corporazioni, che si manifesta – al di là dei proclami – come inutile orpello. Riguarda il ruolo del Consiglio di Stato guidato da Santi Romano e quindi la giustizia amministrativa. Riguarda il rapporto tra il governo e le pubbliche amministrazioni, compresa la miriade di enti pubblici creata per gestire grandi e piccoli interessi e attività. Riguarda il rapporto con le élite militari e, in generale, la burocrazia, per non dire della magistratura. «Gli stessi concorsi, pur riformati – nota Melis – diedero risultati, dal punto di vista di una eventuale fascistizzazione dei magistrati, abbastanza modesti». Solo negli anni Quaranta l’iscrizione al Pnf avrebbe consentito vantaggi di carriera, ma nella realtà continuarono a prevalere i criteri di qualificazione professionale. «Insomma, la “macchina”, a distanza ormai di quasi un ventennio, non poteva proprio dirsi perfetta, né tanto facile da pilotare come forse si era ingenuamente ritenuto nell’ottobre 1922, nell’ebbrezza della conquista del potere».
Certo, gli “uomini nuovi” di Mussolini entrarono – spesso in disaccordo tra loro – nelle stanze del potere e lo gestirono. Ma con strumenti e comportamenti rapsodici, tali da far dubitare della reale intenzione e/o capacità di modellare uno Stato totalmente altro rispetto a quello liberale. Né diede frutti la tardiva accelerazione della svolta corporativa. Ad emergere in modo prepotente, e Melis lo mette acutamente in evidenza, è il principio della continuità che si invera nella prassi. Tanto che un ignoto burocrate può registrare, senza enfasi alcuna, a proposito della riunione del Consiglio dei ministri in calendario per il 31 luglio 1943: «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero». Una nota dettata da innata prudenza, forse. Ma simbolica della perdurante percezione dello Stato come istituzione superiore ai regimi politici, nonostante si prefiggano laceranti rotture.
Guido Melis è convincente nel trarre le conclusioni del suo lavoro.
«Tardive e spesso contraddittorie – scrive lo storico sassarese – sono le riforme nel campo del diritto, in quello dell’economia, persino nell’assetto della società. Una molto conclamata e celebrata rivoluzione economica (il corporativismo) rimane in gran parte sulla carta, al punto che la vera “rivoluzione” sarà la nascita, quasi inavvertita, dello Stato imprenditore, che si costituirà al di fuori del contesto corporativo e sarà destinato a sopravvivergli. Emerge la novità ambigua di uno Stato-partito costruito ex novo modificando in profondo la Costituzione liberale, ma al tempo stesso condizionato sino all’ultimo dalla sopravvivenza degli antichi equilibri: cioè dal modello di Stato ideato a fine Ottocento dai maestri del diritto costituzionale e amministrativo».
E ancora: «Domina, sullo sfondo il paradosso della diarchia, un regime che si dice totalitario ma che conserva un re formalmente sovrapposto al duce».
«Il panorama delle élite sociali resta estremamente composito, con larga prevalenza di elementi di continuità su quelli del cambiamento. […] Insomma, un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di nuovi e vecchi materiali confu- samente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo».
In definitiva, chiarisce Melis, il fascismo «fu un fenomeno molto più complesso del regime totalitario che la storiografia si è spesso rappresentata, illudendosi di poterlo racchiudere in quell’aggettivo». Il fascismo, in un certo senso, fu molto di più e molto di meno. A un tempo totalitario e articolato, a suo modo pluralista, in sostanza incapace di plasmare nel profondo l’auspicata “Italia in camicia nera” e anche di portare a compimento – pur avendo tentato questa strada – la nazionalizzazione degli italiani avviatasi con la Grande Guerra. Nel fallimento del progetto molta parte ha avuto il carattere di Mussolini. E Melis concorda con l’analisi psicologica di Renzo De Felice, quando evidenzia nel dittatore l’irriducibile tatticismo che lo portava fatalmente a scegliere il compromesso perpetuo, tra gli uomini e nelle decisioni politiche. Anche per questo si può dire che il fascismo abbia terminato il suo ciclo storico il 25 luglio 1943. Dopo si può parlare di neo-fascismo. Ma questa è un’altra storia.

Gianni Scipione Rossi

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX

Nella versione cartacea i riferimenti bibliografici.

Fascisti a Londra, tra propaganda e diplomazia culturale

Tamara Colacicco, La propaganda fascista nelle università inglesi. La diplomazia culturale di Mussolini in Gran Bretagna (1921-1940)FrancoAngeli, Milano 2018

Ricercatrice alla University of London, Tamara Colacicco si prefigge con questo volume di ricostruire la diffusione della lingua e della cultura italiana in Gran Bretagna per scopi propagandistici e politici voluta dal regime fascista, impiegando i nuovi orientamenti della storiografia sul Ventennio, in linea e in continuità con le indagini condotte da Benedetta Garzarelli (2002; 2004) e Francesca Cavarocchi (2010).

Per la realizzazione del volume la Colacicco ha indagato negli archivi inglesi e italiani, fra i quali spicca la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, dove ha studiato in particolare il Fondo Camillo Pellizzi, ma ha avuto anche modo di esaminare e di utilizzare i documenti conservati presso The National Archives di Londra e dell’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, impiegando fonti inesplorate. Elemento che rende il lavoro più originale e analitico, rispetto ad altre pubblicazioni finora realizzate.

Focalizzando la sua attenzione sulla diplomazia culturale estera del fascismo, l’autrice si è concentrata sulla realtà britannica, fissando per la prima volta il ruolo svolto dai docenti universitari di italianistica nell’ambito della propaganda estera del regime.

La Colacicco ha diretto il suo interesse verso le problematiche legate allo Stato totalitario nei suoi rapporti con la politica estera, che hanno prodotto in questi ultimi anni numerosi lavori sulla dimensione europea ed extraeuropea del fascismo. Nel libro si è voluto sottolineare l’apporto innovatore del regime nella concezione e nell’utilizzo delle politiche scolastiche, con una preminenza giocata dai dipartimenti, dalle cattedre e dai lettorati di italianistica, con un’analisi specifica delle singole università. L’autrice ha accompagnato lo studio con la mappatura delle maggiori figure di italianisti, da Camillo Pellizzi (nella foto) a Mario Praz, ma ha voluto analizzare figure meno conosciute e altrettanto importanti come Alberto Orbetello, Adriano Ungaro e Pietro Rèbora, fratello del più noto poeta Clemente Rèbora. Nel libro si è voluta indagare anche l’ideologia di questi intellettuali, valutando la loro vicinanza o meno al regime, utilizzando la divisione proposta anni or sono da Mario Isnenghi, fra militanti funzionari e militanti intellettuali, sottolineando le differenze tra chi era apertamente vicino al fascismo e chi invece preferiva utilizzare l’adesione ideologica per ottenere cariche in ambito universitario.

In tal modo, l’autrice ha potuto focalizzare la sua attenzione sulla University College London, in rapporto con la cattedra di italianistica assegnata a Camillo Pellizzi, fino ad analizzare le Università di Oxford con Cesare Foligno, di Cardiff con Alfredo Orbetello e di Bristol con Benvenuto Cellini, per descrivere i ruoli e le attività svolte dai docenti di italianistica nei maggiori atenei britannici. Non è mancata poi una ricostruzione della realtà delle Università di Leeds, Manchester e Liverpool, esplorando rispettivamente i profili e le strategie di Adriano Ungaro, Piero Rèbora e Mario Praz.

Il risultato ottenuto dalla studiosa con il suo libro è la scoperta di una rete di contatti e di relazioni con il regime, offrendo un contributo originale per esplorare da una diversa e più esauriente prospettiva l’attività svolta dalla propaganda estera del Ventennio, così come il problema dell’inquadramento politico degli italiani emigrati durante il fascismo e il loro rapporto con l’Italia. (Andrea Perrone)

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n. 1, 2019 (nuova serie), a. XXXI

1919, nascono i Fasci italiani di combattimento. Ma chi erano i “sansepolcristi”?

Mimmo Franzinelli, Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimentoMondadori, Milano 2019

Il 18 novembre 1919, quando i risultati delle elezioni politiche sono ufficiali e deve prendere atto che la lista del Fascio Littorio ha raccolto nel collegio di Milano – l’unico in cui ha potuto presentarsi – solo 4.796 voti (9064 totali per il capolista comprese le preferenze da panachage, cfr. p.143), Mussolini scrive sul “Popolo d’Italia”: <La nostra doveva essere ed è stata una semplice affermazione limitata alla circoscrizione elettorale di Milano. Non poteva essere qualcosa di più. Scriviamo questo non già per esibire delle eufemistiche nonché postume giustificazioni e consolazioni a noi e agli altri, ma semplicemente perché è la pura, la sacra, la documentabile verità. Noi siamo scesi in campo per affermarci e ci siamo riusciti. La nostra non è né una vittoria, né una sconfitta: è un’affermazione politica> [Cfr. M. Giampaoli, 1919, Libreria del Littorio, Roma-Milano 1929, pp. 305-306].

<La sconfitta – nota Franzinelli – è interpretata dai contemporanei come la fine di Mussolini> (p. 6). I contemporanei, come si sa, non capirono le potenzialità di quei Fasci fondati dall’ex direttore de “l’Avanti” pochi mesi prima, nella milanese piazza San Sepolcro, il 23 marzo, dopo poche riunioni preparatorie. Non era peraltro facile comprendere come potesse avere successo un movimento antipartitico e pragmatico, <palesemente eterogeneo, che raggruppava rivoluzionari e reazionari, repubblicani e monarchici, sindacalisti e imprenditori> (pp. 5-6). Franzinelliricostruisce sine ira et studio il clima politico e sociale di quel difficile dopoguerra di cento anni fa, quando emergono prepotenti lo scontento degli smobilitati e la debolezza della classe politica liberaldemocratica. Nonché il percorso che portò alla fondazione dei Fasci e il loro primo sviluppo. Di pregio la scelta di dare un contenuto ai nomi dei “sansepolcristi”, una lista peraltro più volte rimaneggiata. Attraverso le loro disparate biografie si può comprendere bene il magma umano dal quale nacque il fascismo, e anche il perché. Nomi notissimi, naturalmente, da Marinetti a Goldman, da Farinacci a Crollalanza, da Chiavolini a Bianchi, da Momigliano ad Arpinati. Ma anche nomi ignoti o dimenticati. Nomi di persone – in maggioranza milanesi e lombarde, ma non solo – che accompagnano il destino del futuro duce fino alla fine, ma anche di quelle che via via si perdono per strada, seguono altri percorsi, anche solo antimussoliniani o nettamente antifascisti.

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n. 1, 2019 (nuova serie), a. XXXI

 

Tutto è ritmo, tutto è swing. Il jazz, il fascismo e la società italiana

Camilla Poesio, Tutto è ritmo, tutto è swing. Il jazz, il fascismo e la società italianaLe Monnier, Firenze 2018//

Forse un libro in cui si scrive di <aristocratici di sangue blu> (p. 54), senza cogliere la tautologia, non andrebbe letto. Invece si tratta di una interessante ricerca di storia sociale, sia pure appesantita dalla pretesa di farne anche una storia politica e dalla preoccupazione costante di ribadire il carattere liberticida della dittatura fascista. E anche questa è una tautologia. L’argomento è d’altra parte scivoloso. Com’è noto, Romano Mussolini, figlio minore di Benito, è stato un grande jazzista e il padre, nel marzo del 1937, non esitò a rivelare di non avere <alcuna antipatia contro il jazz; come ballabile, lo trovo divertente> (p. 99). Altrettanto noto è che orchestre jazz si formarono numerose all’interno dell’Opera Nazionale Dopolavoro.

Come trattare dunque la storia del jazz in Italia, dove approdò, come in Europa, dopo la Grande Guerra, grazie ai musicisti dei transatlantici? Si può, naturalmente, calcare la mano sulle sue denunciate caratteristiche “negroidi” e poi – mentre maturavano le leggi razziali – ebraiche. Si può ironizzare della italianizzazione in “giazzo”, che fa il paio con il cachet ribattezzato cialdino (ma i francesi non sarebbero d’accordo). Si può gridare allo scandalo e titolare una recensione del libro “Allarmi son jazzisti! Musica negroide: così il fascismo boicottò Armstrong e Cole Porter [S.Cappelletto, “La Stampa”, 25/12/2018]. Si può anche minimizzare la circostanzama non lo fa l’autrice – che la spericolata stagione veneziana di Col Porter, del suo amante Boris Kochno e di sua moglie Linda, si chiuse nel 1927 quando <a seguito di un’irruzione della polizia a una delle innumerevoli feste, fu scoperto un “fiume” di cocaina e furono trovati una dozzina di giovani ragazzi seminudi o vestiti con abiti di Linda> (p. 57). Una questione di moralità pubblica, in sostanza, più che di musica, anche se il volume chiarisce in alcuni passaggi lo stretto legame tra il diffondersi del jazz e l’insorgere di preoccupazioni etiche tipiche di un paese profondamente impregnato di moralismo cattolico, quale era – salvo che in ambienti ristretti – l’Italia dei tempi. <Per alcuni aspetti – nota Poesio – il mondo cattolico fu più duro e più contrario al jazz del regime fascista> (p. 70). Famosa l’invettiva lanciata nel 1935 dai presuli del Triveneto, guidati dal viterbese patriarca di Venezia Pietro La Fontaine, contro i divertimenti moderni, l’uso dei costumi da bagno nelle spiagge, e naturalmente la musica sincopata. <Agli occhi della Chiesa ballare sui ritmi jazz spingeva a vestirsi secondo una moda succinta che portava a ammalarsi di malattie mortali oppure a dimagrire a tal punto da provocare infertilità mettendo a repentaglio l’istituzione del matrimonio> (p. 75). È noto che per gli stessi pregiudizi anche l’atletica leggera femminile (negli anni di Ondina Valla) fu contrastata dalla Chiesa.

Contro il jazz e i suoi derivati, che si diffusero anche grazie all’Eiar, scattò poi la molla protezionistica dei musicisti, che peraltro aiutò la nascita di un jazz italiano. Forse, dopo aver criticato il palese razzismo che trasuda dal saggio Jazz Band di Anton Giulio Bragaglia (1929), Poesio avrebbe potuto approfondire il tema dello scontro da tempo in atto nel mondo musicale italiano tra modernisti e tradizionalisti. Nel 1917 Marinetti aveva chiarito nel manifesto La danza futurista che <noi […] preferiamo Loïe-Fuller [la ballerina e attrice statunitense Marie Louise Fuller, 1862-1928] e il cake-walk dei negri>. Si sa che il pro-jazz Alfredo Casella e Gian Francesco Malipiero, fondarono con Gabriele d’Annunzio la “Corporazione delle nuove musiche”, animando un vivacissimo – a volte violento – dibattito culturale, a prescindere da questioni di ordine politico e dal razzismo. Forse non per caso 18 gennaio 1937 Alice de Fonseca scrive alla pianista, convivente e amante del Vate, Luisa Baccara: <Ti accludo questo avviso sui Kentucky Singers. Cesco ne organizza il giro in Italia, se dovessero interessare al Comandante dammene notizia che potrebbero cantare per Lui alla fine di febbraio. Sono pare degli artisti eccezionali> [cit. in G. S. Rossi, Storia di Alice, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, p. 74]. “Les 5 Kentucky Singers” sono presentati dal volantino pubblicitario francese inviato al Vittoriale come “Les extraordinaires chanteursnègres, grandi interpreti di “negro spirituals” e “vocal jazz”.Alice de Fonseca è stata un’amante di Mussolini e lo seguì nella Rsi con il marito Francesco “Cesco” Pallottelli, noto impresario musicale.

Nonostante Bragaglia lo considerasse <musica ammattita e gambe storte>, frutto di una miscela di <snobismo anglosassone>, <americanismo> e <diavolerie dei negri>, il jazz non fu mai proibito, ma in qualche modo “italianizzato” rivedendo i testi e addolcendo i ritmi, nel contesto della crescente campagna contro l’esterofilia. Nel “Radiocorriere” del novembre 1941 si chiariva che la musica sincopata italiana aveva acquistato <il diritto di cittadinanza> e <non si può pensare di sopprimerla> (cit. p. 87).In fondo, lo stesso Bragaglia, dopo aver pubblicato Jazz Band, aveva messo in scena L’opera da tre soldi di Bertold Brecht e Kurt Weill con il titolo italianizzato La veglia dei lestofanti, presentandola come “Commedia jazz”. [cfr. L. Ianniello, Futurismo e Jazz. Occasione mancata o rapporto impossibile?, Tesi di diploma, Conservatorio di Musica di Frosinone, 2010, pp. 60-61].

Una vicenda complessa, dunque, quella trattata dal volume. Un intreccio non sempre ben illustrato – nonostante l’ampiezza delle fonti utilizzate – tra cultura, politica, musica, religione, spirito dei tempi. Un intreccio che risulta in verità più chiaro dal volume di Anna Harwell Celenza: Jazz all’italiana. Da New Orleans all’Italia fascista e a Sinatra, Carocci, Roma 2018. (G.S.R.)

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n.1, 2019, nuova serie, a. XXXI