ANNULLATA La presentazione del volume di Rodolfo Sideri sull’Istituto di Studi Corporativi: il 25 novembre a Terni

Venerdì 25 novembre 2022, alle ore 17.00, nella Sala rossa di Palazzo Gazzoli a Terni (Via del teatro romano, 13), verrà presentato il volume di Rodolfo SideriSognando l’alternativa. Storia dell’Istituto di Studi Corporativi (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2022). Con l’autore ne discuteranno l’on. Gennaro Malgieri, giornalista e saggista, e Danilo Sergio Pirro, presidente dell’associazione Amici della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice di Terni.

Il libro

Tra gli istituti collaterali del Movimento Sociale Italiano, quello di studi corporativi incarnò la più radicale e ostinata alternativa al sistema. Nei sui vent’anni di vita, dal 1972 al 1995, l’Isc propagandò l’alternativa corporativa come unica via per risolvere i problemi delle società contemporanee, in profonda crisi di transizione. Con la sua rivista, nata una anno prima, l’Istituto di Studi Corporativi si propose di penetrare nei refrattari spazi accademici, sviluppando con rigore scientifico, e quindi seriamente, la possibilità di dar vita a una società partecipativa, che partiva dalla constatazione del fallimento delle ideologie liberale e comunista. Nelle sue elaborazioni attente ad ogni aspetto della contemporaneità – dall’europeismo, al nucleare, al problema demografico, al regionalismo, alle riforme istituzionali e alla politica estera – l’Istituto rappresentò un esempio di come esistesse nel Msi una classe dirigente potenziale, preparata ed appassionata, che non trovò valorizzazione in un partito che alla cultura guardò, quando guardò, in modo strumentale. La storia dell’Isc si interseca con le vicende del Movimento Sociale e ne condivide la conclusione. Dopo Almirante e la progressiva svolta verso posizioni di destra conservatrice e liberale, per un Istituto di Studi Corporativi non c’era più posto, come del resto non vi era più posto per l’alternativa al sistema, all’interno del quale Alleanza Nazionale si inserì.

L’autore

Rodolfo Sideri è docente di Filosofia e Storia nei Licei. Si è interessato particolarmente della cultura politica della destra italiana tra Otto e Novecento. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La rivoluzione ideale di Alfredo Oriani, Roma, Settimo Sigillo 2011; Adriano Romualdi. L’uomo, l’opera e il suo tempo, Roma, Settimo Sigillo 2012; Platone nella cultura politica della destra italiana del Novecento, in Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, IV, Villasanta, Limina-Mentis 2014; L’umanesimo nazionale di Carlo Costamagna, Roma, Settimo Sigillo 2015; “Il platonismo che non muore”: Platone e il platonismo nel pensiero di Giovanni Gentile, in Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, V, Villasanta, Limina-Mentis, 2015; L’esigenza di Dio in Ugo Spirito, in Fede e ragione, Villasanta, Limina-Mentis, 2016; Fascisti prima di Mussolini. Il fascismo tra storia e rivoluzione, Roma, Settimo Sigillo, 2018; Con Mussolini e oltre. Giovanni Gentile da Marx alla destra postfascista, Roma, Settimo Sigillo, 2020.

La presentazione del volume di Rodolfo Sideri su Gentile: il 19 aprile a Terni

Martedì 19 aprile 2022, alle ore 17.00, nella Sala videoconferenze della Biblioteca comunale di Terni (Piazza della Repubblica, 1), verrà presentato il volume di Rodolfo Sideri, Con Mussolini e oltre. Giovanni Gentile da Marx alla destra postfascista (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2020). Con l’autore ne discuteranno Paolo Cicchini, consigliere comunale di Terni, Pier Francesco Quaglietti dell’associazione Amici della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice di Terni, e Jacopo Meccariello del Centro per la Filosofia italiana. Introdurrà l’incontro Danilo Sergio Pirro, presidente dell’associazione Amici della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice di Terni.

Il libro

La letteratura sulla filosofia di Giovanni Gentile è un fiume che trova la sua sorgente già negli anni Venti del Novecento e giunge sempre più impetuoso fino ai giorni nostri. Tuttavia, nelle diverse interpretazioni dell’attualismo mancava ancora l’analisi della sua incidenza nella destra del dopoguerra; analisi che può gettare nuova luce sulle diverse esigenze e urgenze che quest’area politica, specialmente ma non solo giovanile, ha maturato e sta maturando a partire dagli anni Duemila. Si è voluto perciò ripercorrere il lungo itinerario politico del filosofo siciliano a partire dai primi studi su Rosmini, Gioberti e Marx, durante i quali già era maturato il concetto di prassi che, annullando la distinzione tra pensiero e azione, consentì al filosofo di elaborare una visione totalitaria della vita. In questo senso Gentile ritenne di poter incontrare il “suo” fascismo, al quale restò fedele fino alla tragica conclusione della sua esistenza. Con Mussolini, quindi, ma anche oltre Mussolini, per quella volontà di veder fondato uno Stato pienamente totalitario che non lasciasse fuori di sé alcun residuo, alcuna eccedenza spirituale, e che il fascismo non seppe o non volle realizzare. Il valore della politica, che per Gentile si identifica con la vita in tutte le sue espressioni, la concezione etico-religiosa, il senso dello Stato e del suo rapporto con la nazione, l’economia corporativistica costituiscono il patrimonio ideale che la destra italiana del dopoguerra ha, di volta in volta, fatto proprio, rifiutato, rielaborato in modalità diverse, fino a giungere all’irruzione nel dibattito odierno del tema del sovranismo che ha restituito al pensiero gentiliano tutta la sua carica rivoluzionaria.

L’autore

Rodolfo Sideri è docente di Filosofia e Storia nei Licei. Si è interessato particolarmente della cultura politica della destra italiana tra Otto e Novecento. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La rivoluzione ideale di Alfredo Oriani, Roma, Settimo Sigillo 2011; Adriano Romualdi. L’uomo, l’opera e il suo tempo, Roma, Settimo Sigillo 2012; Platone nella cultura politica della destra italiana del Novecento, in Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, IV, Villasanta, Limina-Mentis 2014; L’umanesimo nazionale di Carlo Costamagna, Roma, Settimo Sigillo 2015; “Il platonismo che non muore”: Platone e il platonismo nel pensiero di Giovanni Gentile, in Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, V, Villasanta, Limina-Mentis, 2015; L’esigenza di Dio in Ugo Spirito, in Fede e ragione, Villasanta, Limina-Mentis, 2016; Fascisti prima di Mussolini. Il fascismo tra storia e rivoluzione, Roma, Settimo Sigillo, 2018.

“La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore”. Il Convegno di Arezzo sulla figura di Ugo Spirito

Sabato 23 novembre 2019, dalle ore 16.30, nella Sala Convegni della Casa dell’Energia – Urban Center di Arezzo (via Leone Leoni, 1) si è tenuto il convegno La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore. L’opera e il pensiero di Ugo Spirito nel quarantennale della morte, dedicato al filosofo aretino.

Con il coordinamento della giornalista Barbara Perissi, i lavori del convegno sono stati aperti dai saluti del sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli. Il sindaco, partendo dalla testimonianza della mostra, ha ricordato l’importanza di approfondire gli studi sulla figura di Spirito e i legami con la città di nascita.

L’intervento di Rodolfo Sideri, responsabile dei corsi di formazione della Fondazione, ha toccato le fondamenta dell’attività spiritiana, analizzando – in un discorso di ampio respiro – le tendenze filosofiche seguite da Spirito nel corso della sua vita. Con l’intervento del presidente della Fondazione, Giuseppe Parlato, l’attenzione si è invece spostata sul rapporto tra Spirito e la politica, un incontro complesso e sempre problematizzato dal filosofo aretino sulla base dello sviluppo storico. Danilo Breschi, consigliere di amministrazione della Fondazione, ha approfondito l’analisi spiritiana del ’68, evidenziando come proprio in quella data si sia prodotta una rottura che avrebbe influenzato non solo la storia dell’uomo, ma anche la successiva produzione di Spirito, capace di individuare tendenze poi rimarcate anche da altri autori. La responsabile dell’archivio della Fondazione Alessandra Cavaterra ha illustrato ai presenti, con l’ausilio di fotografie ed esempi di documenti, l’organizzazione dell’Archivio Spirito, conservato presso la sede della Fondazione.

Le parole del vicepresidente della Fondazione Gianni Scipione Rossi hanno dato modo agli ascoltatori di comprendere ancora meglio la poliedricità di Spirito che, negli ultimi anni della sua vita, si dedicò all’Iran dello Scià, un interesse che portò alla produzione di uno scritto rimasto inedito, Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, e appena pubblicato dalla Fondazione – a cura di Gianni Scipione Rossi, con postfazione di Hervé A. Cavallera – in collaborazione con Luni Editrice.

Il convegno si è chiuso con i ringraziamenti di Giuseppe Parlato e con la comunicazione di una proroga sulla chiusura della mostra che si concluderà il prossimo 30 novembre.

Pedagogia e dimensione umana: la riflessione di Hervé A. Cavallera

Hervé A. Cavallera, Storia delle dottrine e delle istituzioni educative, la Scuola, Brescia 2017

// La lezione pedagogica di Hervé Cavallera, attenta al momento sapienziale della formazione, della Bildung, trova il suo inveramento nel presente volume che ripercorre la storia delle dottrine e delle istituzioni educative. L’ispirazione gentiliana conduce infatti l’Autore a cogliere il divenire spirito dell’uomo nell’inquietudine dello stare nel tempo, nel suo farsi storia, istituzione, per il bisogno di comunicare il sapere pedagogico. La dimensione umana dell’uomo, che Cavallera ritiene urgente recuperare nel formativo al fine di costruire un argine alle degenerazioni del presente, è oggetto della sua tensione educativa, volta a mantenere l’uomo e l’umano al centro della sua storia. Come è stato giustamente rilevato, Cavallera ci affida, attraverso la sua opera scientifica, «una visione dell’educazione come processo spirituale di crescita, sviluppo, darsi-forma di cui l’io è sempre protagonista» (F. Cambi, Attualismo, Bildung, Postmoderno. Tre nuclei-chiave della filosofia dell’educazione di Hervé A. Cavallera, in Eventi e Studi. Scritti in onore di Hervé A. Cavallera).
Non è quindi possibile restringere la storia di Cavallera nel genere della manualistica, perché la storiografia pedagogica «non è mai meramente asettica, come non può essere asettica l’opera di alcuno storico […], bensì permeata di un pathos formativo che costituisce la sua identità» (p. 9). Si tratta di una conseguenza inevitabile dal momento che la storia della civilizzazione coincide con quella dell’educazione, persino nei momenti in cui organizzazione e trasmissione del sapere erano automatismi di adattamento alle sfide ambientali. Cavallera sottolinea però come solo a un certo momento il processo educativo è diventato consapevole, con la nascita della sophia, della dimensione sapienziale, speculativa, che l’Autore considera momento ineludibile di un’autentica azione educativa.

Un momento dunque speculare alla nascita della filosofia in Grecia, con il primo grande educatore che fu Omero, capace di offrire al mondo greco «l’idea di un’unità che attraversa le stesse polis in continuo contrasto tra loro» (p. 14); con i modelli spartano e ateniese che, pur nella loro diversità, sono interessati a un’educazione integrativa del singolo nella comunità; con i culti misterici, il cui cammino iniziatico è un processo formativo che apre alla dimensione ultraterrena; con i filosofi che, in particolare a partire dalla sofistica, comprendono il valore performativo del sapere, fino a Platone, considerato culmine della paideia greca, sia «per la fusione degli ideali di bellezza, verità, bontà», sia per aver accentuato nella filosofia il lato della sophia, il carattere illuminante del sapere, imprescindibile possesso dell’uomo di governo. La fine del mondo classico assegna alla pedagogia un ruolo meno politico e più soteriologico, meno attento al mondo e più volto al’io. I due momenti si unificheranno nel mondo romano, nel quale l’esempio della virtus costituisce un modello personale e sociale. Il cristianesimo, invece, introduce una svolta rivoluzionaria legata all’insegnamento del Cristo, interamente direzionato alla dimensione sapienziale; infatti, «nelle sue parole confluisce tutta l’antica sapienza esoterica innovata dall’insegnamento dell’amore che permea ogni sua parola» (p. 66).

San Tommaso in una vetrata
della Cattedrale
di Saint-Rombouts,
Mechelen (Belgio)

Molto ricca la ricostruzione dell’Autore dei molteplici aspetti della innumerevole messe di pensatori, in particolare Agostino e Tommaso d’Aquino, e delle istituzioni educative medievali, in particolare delle università. Interes- sante il capitolo dedicato alla civiltà bizantina – contributo di Giovanni Cavallera – nella comprensione dell’essenzialità di quel mondo per lo sviluppo della civiltà occidentale, in particolar modo per l’Umanesimo e il Rinascimento. La gentiliana concordia-discors spiega, per l’Autore, la ricchezza culturale dell’Italia del Cinquecento che trae alimento dalla varietà politica degli Stati italiani e la centralità della questione educativa che, per la prima volta, «comincia ad essere costitutiva dell’intera società» (p. 117), in virtù del carattere dinamico di una nuova organizzazione in cui diventa possibile una maggiore mobilità e di conseguenza diventa produttivo l’investimento in sapere dei figli. Numerose sono le scuole – tutte con efficace sintesi attraversate dalla riflessione di Cavallera – sorte nel periodo, anticipatrici della pedagogia attivistica di molti secoli successiva. Tuttavia, il forte senso storico dell’Autore non gli fa dimenticare che nell’epoca rinascimentale, in realtà, «giunge a compimento un percorso culturale avviato da tempo e che è perdurato all’interno dello stesso Medioevo, un percorso volto ad affermare in maniera esplicita l’interazione tra microcosmo e macrocosmo in un’ottica in cui il discorso speculativo non intende essere disgiunto da quello religioso» (p. 135). Un aspetto che ricorre in Lutero che affida all’educazione il successo della sua Riforma, ma anche nei Gesuiti e gli altri ordini della Controriforma che affidano all’educazione la difesa del cattolicesimo. Il Seicento, il secolo della nuova scienza, individua due percorsi in ambito pedagogico: «Il primo è ancora una volta quello sapienziale, cha appare però minoritario ed esposto ai rischi dell’eresia. Il secondo è quello diretto particolarmente all’istruzione della borghesia» (p. 159). Tuttavia, il primo percorso viene espunto dall’orizzonte scolastico che si laicizza e perde, di conseguenza, il carattere iniziatico e formativo della persona che fino a quel momento aveva conser- vato. Una tendenza che giunge a compimento nel Settecento empiristico, utilitarista e liberista: il secolo dell’individualismo, in cui il processo educativo è volto alla legittimazione della pretesa della classe borghese di arrivare al potere.

Jean-Jacques Rousseau

«La scuola deve “servire”» (p. 192) e a questo, ci sembra di ricavare dall’analisi di Cavallera, non fa eccezione nemmeno Rousseau, di cui pure vengono acutamente segnalate le tortuosità, ma anche gli stimoli che la sua riflessione politica ed educativa ha offerto alla storia della pedagogia. Infatti, «Rousseau fa del precettore il sapiente e occulto regista di un’onnipotente educazione che vuol render l’uomo quello che potenzialmente è, limitando nella sua stessa natura il proprio futuro» (p. 216) e così continua nella direzione vettoriale della moderna soggettività che pretende di esaurire in se stessa ogni aspetto dell’essere. Eritis sicut dii. La dimensione sapienziale è però un fiume carsico, pronto a riemergere quando in superficie si aprono spazi. Così, nel Romanticismo il sentimento nelle sue diverse declinazioni – politiche come estetiche come pedagogiche – contribuisce all’edificazione di una razionalità superiore «che riprende lo spirito del Rinascimento nel suo anelito di infinito che genera la fusione di arte, filosofia e religione» (p. 235). Se recuperano la dimensione sapienziale, gli educatori e le istituzioni del Romanticismo non trascurano l’elemento pratico e funzionale dell’insegna- mento, riuscendo ad operare una sintesi dei due momenti che coinvolge anche l’infanzia, specie quella resa orfana dalle guerre napoleoniche.

Johann Heinrich Pestalozzi

Pestalozzi, Herbart, Froebel, il pensiero spiritualistico del Risorgimento italiano, per citare solo i passaggi storici più rilevanti, consentono all’Autore di inverare le sue riflessioni teoriche, volte a sottolineare l’aspetto sapienziale del processo educativo che l’avvento del positivismo nella seconda metà del secolo rischia di mettere in pericolo. Rischia, perché in fondo, ci suggerisce l’Autore, la confutazione del positivismo è nel positivismo stesso che lascia sopravvivere il momento fideistico «proprio nel convincimento che nulla esista fuori dai fatti e nel non considerare a fondo che gli stessi vanno interpretati e quindi connessi per il tramite di una visione organica che supera il mero accadimento» (p. 289). Nel Novecento, i processi educativi si traducono in una forte spinta alla valorizzazione delle capacità intellettuali e spirituali degli alunni all’interno di una cornice di scolarizzazione di massa. Da un lato, la pedagogia anglosassone accentua l’individualità del soggetto pedagogico, da un altro si privilegia l’aspetto comunitario dell’educazione. Da un lato l’attivismo pedagogico, dall’altro Gentile. Alla figura del filosofo italiano, l’Autore, che ne è il massimo interprete, dedica ampio spazio per ricordare ai molti che lo hanno dimenticato, o che per ragioni ideologiche non lo hanno mai capito, che l’attualismo, considerando la realtà come spirito in perpetuo farsi, è una filosofia intrinsecamente educativa; la filosofia, infatti, «coincide dialetticamente con la pedagogia in quanto se la prima è conoscenza/attuazione della verità, non diversamente deve esserlo la seconda, in quanto l’educazione nel senso più alto comporta la conoscenza della verità e si attua attraverso un processo di autoformazione» (p. 333).

Giovanni Gentile

Di qui, la volonta’ di promuovere processi di libera formazione del soggetto come processo di autoeducazione, all’interno di una sintesi di maestro e allievo «che avviene allorché i due effettivamente comunicano in un coinvolgimento reciproco, all’interno del quale si realizza l’unità spirituale» (p. 334). Tutto il Novecento pedagogico viene comunque attraversato dalla riflessione di Cavallera, che non si limita a illustrare con efficace sintesi anche le più residuali espressioni pedagogiche, ma invita alla riflessione su questioni aperte, come, per fare un solo esempio, gli accordi tra gli Stati europei che «non sempre hanno vivificato i sistemi educativi, insistendo più su una comunanza strutturale che su una effettiva condivisione spirituale» (p. 390).
Il volume si conclude con una ricca bibliografia ragionata e con una storia schematica delle scuole europee, ma, lo ripetiamo, al di là dell’aspetto manualistico, l’importante lavoro di Cavallera ha il merito, nell’attuale autunno dell’educazione, di ricordare agli operatori culturali di non lasciarsi sopraffare dall’aspetto operativo e meramente strumentale del processo educativo, legato alle contingenze dell’effettuale, «per ritornare invece ad un’attività educativa capace di dare un senso non effimero e relativo al volgersi delle cose e delle persone» (p. 390).

Rodolfo Sideri

da “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX